UN ALTRO BEL FILM SUL GIORNALISMO AMERICANO DA VEDERE. ESCE “TRUTH” SU BUSH, MA STAVOLTA NON VINCONO I BUONI

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

C’è un altro bel film sul giornalismo all’americana, dopo “Il caso Spotlight”, che merita d’essere visto. Si chiama “Truth – Il prezzo della verità”, esce giovedì 17 marzo con Lucky Red, l’ha diretto James Vanderbilt e sfodera due protagonisti mica male,
come Cate Blanchett e Robert Redford. Le due star non vennero a Roma, qualche mese fa, per l’apertura della Festa del cinema; ma il regista sì, e con lui la vera giornalista al centro dell’intricata storia, Mary Mapes, oggi una bella signora tosta e simpatica.
“Truth” significa verità, e nel film, due ore serrate e appassionanti, tutti la cercano spasmodicamente. Cinema & giornalismo è un binomio che ha prodotto, anche di recente, film di forte suggestione ispirati a inchieste reali: appunto “Il caso Spotlight” sui preti pedofili a Boston, trionfatore all’Oscar con scorno di molti cine-critici; il più sfortunato “La regola del gioco” sui legami tra Cia e narcotrafficanti sotto la presidenza Reagan.
Vanderbilt, qui alla sua prima regia, ci riporta al 2004, l’anno cruciale della rielezione di George W. Bush alla Casa Bianca. Ma il film ricostruisce quanto avvenne pochi mesi prima: quando “60 Minutes”, il mitico programma della Cbs, lanciò una sensazionale inchiesta sui favoritismi goduti in gioventù dal futuro presidente.
Storia inoppugnabile secondo molti: all’apice della “sporca guerra”, il rampollo texano sarebbe stato imboscato come pilota nella Guardia nazionale per salvarlo dal Vietnam. Furono Mary Mapes e il carismatico anchorman Dan Rather, d’accordo con la Cbs, a orchestrare lo scoop, in realtà mai smentito dall’interessato; solo che, strada facendo, vizi di forma, documenti fotocopiati, ritrattazioni delle fonti intervistate misero il team di “60 Minutes” sotto accusa. Col risultato di oscurare il cuore della notizia.
Redford e Blanchett sono bravi (più lei che lui, ormai un po’ devastato dal lifting e purtroppo non più doppiato dallo scomparso Cesare Barbetti) nel restituire il denso sodalizio professionale, un po’ padre-figlia, che portò i due dalle stelle alle stalle: la donna fu licenziata dopo un’indagine interna, l’anchorman preferì dimettersi e poi fece causa alla Cbs.
Il film, scrupoloso nel riportare i fatti, non retorico nel timbro, ironico nei confronti della carta stampata, ci ricorda che il mestiere del giornalista consiste nel porre domande ai potenti, sempre, e non controllare bene le risposte. Piacerà di sicuro a Milena Gabanelli. Ironia della sorte: dopo essere stata cacciata, Mary Mapes vinse un premio per aver rivelato con un reportage, sempre targato Cbs ma prima dell’affaire Bush, le torture praticate dai soldati americani nel carcere di Abu Ghraib.

Michele Anselmi

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