Kung Fu Panda 3. Po e i padri fondatori del cinema

«Chi sono io?». È questa la domanda cardine dell’ultimo episodio della trilogia dedicata al giovane panda Po, protagonista assoluto di Kung Fu Panda, prodotto d’animazione dei DreamWorks Studios di Steven Spielberg. Il 17 Marzo tornerà al cinema il paffuto panda bianco e nero, la cui unica aspirazione è quella di diventare un esperto in arti marziali, disciplina che collide fortemente con il suo fisico. Ma Po, che ha in sé la forza del Guerriero Dragone, non demorde e cerca di fare sempre del suo meglio. Quando il super-cattivo dell’episodio, Kai, sconfigge tutti i maestri di kung-fu della Cina, Po dovrà fare il doppio del lavoro. E la situazione si fa ancora più difficile con l’improvvisa apparizione di suo padre, che lo condurrà in un luogo segreto, l’ultimo villaggio al mondo dei panda.

Abbiamo già discusso sullo stato del cinema americano contemporaneo. Kung Fu Panda 3, diretto dalla coppia Jennifer Yuh Nelson/Alessandro Carloni, presenta una serie di elementi che arricchiscono il nostro dibattito. La domanda a cui Po cerca di dare risposta sembra quella che si pone, attualmente, il sistema cinematografico contemporaneo. Nell’epoca di YouTube, della proliferazione scriteriata di immagini e video, di scontro pellicola/digitale, di Video On Demand e di (apparente) perdita di centralità della sala cinematografica, ci si interroga sul profondo mutamento ontologico e sulla crisi della forma del cinema.

Già basterebbe il solo scontro tra i due padri di Po, Li Shang, quello biologico, e Mr. Ping, l’oca che lo ha adottato, ad esemplificare il contrasto tra i padri fondatori del cinema: George Méliès e David Wark Griffith. Dalle due passioni di Alessandro Carloni, quella di raccontare storie e quella per il loro versante visivo, riusciamo a comprendere fino in fondo quanto il rimando non sia stato casuale. I due, Li Shang e Mr. Ping (Méliès e Griffith), uniranno le loro forze (cinema attrazione e narrazione) per contrastare il cattivo, Kai, sintesi digitale che assorbe il potere di tutti i maestri di kung-fu cinesi, servendosi dei loro differenti punti di vista. Sarà proprio Po, sintesi perfetta di spettacolo e racconto, ad individuare e a sfruttare il punto debole di Kai: i molteplici punti di vista (l’ubiquità digitale) assicuratigli dai differenti maestri lo precipitano in uno sguardo da drone. Kai non è un essere umano e la prima risoluzione della vicenda non può che avvenire a partire dalla nozione di sguardo, elemento ponte tra gli statuti mediali dell’analogico e del digitale. La singolarità dell’immagine affezione garantisce il residuo dell’elemento umano nell’universo digitale. Kung Fu Panda 3 costruisce un imponente complesso spettacolare che, tuttavia, non rifiuta mai di narrare e di creare un racconto. La voglia di intrattenere e divertire gli spettatori più giovani è evidente ma non precipita mai in un carnevale di esplosioni e di effetti speciali sbilanciati.

Archiviati i riferimenti metatestuali, questo terzo episodio della trilogia contribuisce alla delineazione del personaggio Jack Black (che abbiamo già parzialmente analizzato nella recensione di Zoolander 2). Da School of Rock a King Kong, da Be Kind Rewind, fino ancora a I fantastici viaggi di Gulliver e al recente Piccoli brividi, l’attore americano ha sempre interpretato un personaggio tipo, un uomo dall’imponente stazza fisica, che lo rende difforme rispetto al resto del mondo. In School of Rock (scritto appositamente per Black), è un musicista da quattro soldi che sogna di diventare un dio del rock. Si finge il suo coinquilino e ottiene un posto da supplente in una rigida scuola elementare della sua città, all’interno della quale tutta la “grandezza” debordante dell’attore finirà per esplodere, spezzando anche le catene delle convenzioni sociali. In Piccoli brividi, interpreta R.L. Stine, autoreclusosi in una sorta di castello degli orrori. Le creature mostruose partorite dalla sua mente getteranno nel disordine la piccola cittadina in cui vive. Anche in questo film, il personaggio di Black deve affrontare i fantasmi interiori che lo condizionano e riflettere sulla propria identità.

Tornando al film cui è dedicata la recensione, non si tratta, quindi, di un semplice prodotto destinato solo ai più piccoli (che, indubbiamente, sono il target principale), ma fornisce una serie di chiavi di lettura e di spunti per approfondire analisi sui punti sopra citati. Ancora una volta, è il cinema di genere a rivelarsi terreno fertile per un dibattito che vada al di là del mero orizzonte fenomenico.

Matteo Marescalco

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