ARRIVA “UN PAESE QUASI PERFETTO” DI GAUDIOSO. ORMAI SIAMO AL REMAKE DEL REMAKE (E SI VEDE)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

D’accordo, il cinema è sempre in cerca di idee, e quando una funziona fioccano i remake. Pensate al nostro “Perfetti sconosciuti”: arrivano da tutto il mondo proposte di rifacimenti “locali”, dalla Corea agli Emirati Arabi, dal Portogallo alla Germania. Anche noi italiani, del resto, abbiamo fatto lo stesso: con “Benvenuti al Sud” è andata benissimo, e non ci siamo fermati più. Qualche esempio recente? “Il nome del figlio” di Francesca Archibugi viene dal francese “Cena tra amici”, “Fuga di cervelli” di Paolo Ruffini dallo spagnolo “Fuga de cerebros”, “Stai lontana da me” di Alessio Maria Federici del belga “Per sfortuna che ci sei”, “Una famiglia perfetta” di Paolo Genovese dallo spagnolo “Familia”, “Un fidanzato per mia moglie” di Davide Marengo dall’argentino “Un novio para mi mujer”.
Adesso tocca a “Un paese quasi perfetto” di Massimo Gaudioso, bravo sceneggiatore napoletano (con Garrone, Vicari, Corsicato, Verdone, Ciprì e tanti altri) che torna alla regia rifacendo pari pari una commedia canadese ambientata nel Québec: “La grande séduction” di Jean-François Pouliot, del 2003. Mai uscito in Italia, il film però è stato già rifatto in lingua inglese, sempre in Canada, da Don McKellar, nel 2013, trasportando la vicenda dal paesino marinaro di Sainte Marie La Mauderne in quello, altrettanto marinaro, di Tikle Head.
Naturalmente anche il remake anglofono, più bello dell’originale francofono, interpretato dallo straordinario Brendan Gleeson, l’irlandese biondastro e ciccione di tanti film hollywoodiani, non è stato visto in Italia. Peccato, perché giganteggia anche nel confronto con la risuolatura italiana, che trasporta la vicenda, con gli aggiustamenti del caso, giù in Basilicata, nelle Dolomiti lucane, in una sperduto paesello ribattezzato Pietramezzana. Identico lo spunto, simili gag e situazioni, addirittura pantografate alcune sequenze, ma in una chiave che rimanda, pari pari, a “Benvenuti al Sud”, peraltro riscritto per l’Italia proprio da Gaudioso.
Se non è zuppa è pan bagnato. Certo, il paesino lucano è meno ridente del mitico Castellabate, sono rimaste a viverci solo 120 persone dopo la chiusura delle miniere che un tempo davano moderato benessere alla comunità. La cassa integrazione sta per esaurirsi, dappertutto cartelli “Vendesi” e “Affittasi”, sicché l’ex minatore Silvio Orlando, deciso a non mollare ma intristito dagli eventi, mentre anche la moglie medita di trasferirsi in città e il sindaco l’ha già fatto, escogita un piano disperato per ridare un futuro a Pietramezzana. C’è un ballo una misteriosa fabbrica da aprire, ma per accedere alle pratiche, con tanto di bustarella richiesta, bisogna prima avere un medico fisso. Nessuno vuole trasferirsi in quel luogo dimenticato da Dio, l’unico che accetta, essendo esposto a un bizzarro ricatto, è un ricco chirurgo plastico milanese, Fabio Volo: un trentenne fighetto e viziato, con la passione del cricket, del jazz e delle biciclette supertecnologiche. Bisogna fare in modo che il mese di prova si trasformi in presenza fissa, e chi meglio della bella e scontrosa barista Miriam Leone può convincere lo straniero a restare, facendolo innamorare? Intanto tutto il paese inscena una sorta di Grande Bugia, tra finte partite di cricket, surrogati del sushi e telefonate ascoltate di nascosto?
“Un paese quasi perfetto”, dal 24 marzo in sala, aggiunge poco a un filone – Nord contro Sud ma poi si fa la pace – già ampiamente spremuto, se non il volto tumefatto e immalinconito di Silvio Orlando, al quale Gaudioso regala la battuta più intensa: «I soldi della cassa integrazione durano neanche quindici giorni, ma la vergogna dura tutto il mese». Ovviamente Nando Paone e Carlo Buccirosso forniscono il sostegno buffo alla messa in scena, e tutti noi sappiamo sin dall’inizio che il chirurgo esperto in tette, nasi e liposuzione alla fine troverà tra i villici, poveri cristi ma ricchi di umanità, il senso vero della vita, anche un modo per rilanciare turisticamente il paesello.
Scrive Gaudioso nelle note di regia: «Era da un po’ che desideravo girare un film da regista, senza l’assillo di esserne anche l’autore. In Cattleya mi fecero vedere un piccolo film canadese del 2003, ne rimasi piacevolmente colpito». I modelli, per diretta ammissione del regista, sono: “Pane amore e fantasia” di Comencini, “La banda degli onesti” di Mastrocinque, “I soliti ignoti” di Monicelli, pure un certo “realismo romantico” della illustrazioni di Norman Rockwell. Va benissimo. Ma il difetto di “Un paese quasi perfetto” forse sta proprio nel manico: la regia è spesso inerte, la storia d’amore non decolla, l’affondo farsesco non va oltre la trovata, quindi non fotografa davvero una condizione umana. Tutto resta in superficie. La grande seduzione non scatta.

Michele Anselmi

Lascia un commento