SERVILLO, MONACO ENIGMATICO TRA I POTENTI DEL G8. ANDÒ E “LE CONFESSIONI”, QUASI UN GIALLO ALLA SCIASCIA?

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Dal suggestivo trailer, appena messo in rete, si capisce poco o niente. Sarà perché “Le confessioni”, nuovo film di Roberto Andò, regista e scrittore siciliano, classe 1959, è circonfuso da un’aura di fitto mistero. Si sa che uscirà il 21 aprile con 01-Raicinema, nella speranza di un passaggio al festival di Cannes qualche settimana dopo. Produzione di impianto internazionale, budget da circa 7 milioni di euro, cast misto, per lingue e nazionalità: i francesi Daniel Auteuil e Lambert Wilson, la danese Connie Nielsen, la canadese Marie-Josée Croze, il tedesco Moritz Bleibtrau, gli italiani Pierfrancesco Favino e Toni Servillo. Quest’ultimo, già doppio protagonista del precedente film di Andò, “Viva la libertà”, dove incarnava il segretario in crisi di una specie di Pd e suo geniale fratello gemello spinto a prenderne il posto per un po’, in fondo è il vero deus ex machina di “Le confessioni”, nel ruolo di un famoso monaco scrittore, tal Roberto Salus. Il frate certosino s’aggira, con magnifico saio bianco e barba in tono, nelle stanze di un albergo di lusso, sulle rive di un lago tedesco che sta per ospitare un’impegnativa riunione di ministri economici, un G8 piuttosto speciale.

Andò, sin dai tempi dell’ambizioso “Sotto falso nome”, ama calarsi in sontuosi contesti europei, lì era il mondo dell’editoria, per estrarne storie eccentriche in bilico tra thriller, pamphlet, racconto morale, con elementi buffi, di piglio aforistico, vagamente alla Sorrentino. Di “Le confessioni”, nulla c’entra Sant’Agostino o forse un po’ sì, ha avuto occasione di dire: «È una favola mitica sul segreto, elemento fondamentale del potere. Da un punto di vista laterale e desueto, il film vuole mantenere una certa leggerezza. Approfitto di un espediente classico, un luogo chiuso in cui si ritrovano a contatto gli uomini delle decisioni economiche e un estraneo: il monaco». E ancora: «L’atmosfera, dentro l’albergo, è sospesa, il modo di fare del monaco provoca scambi e paure tra i potenti, inadeguati ad affrontare il peso delle decisioni gravi e segrete di cui sono responsabili». La manovra che quei ministri stanno per varare rischia di avere conseguenze molto pesanti per alcuni Paesi, ma il contesto realistico, appunto da G8 economico, naturalmente è spunto per parlare d’altro. Alla maniera di Leonardo Sciascia: infatti il regista confessa che il suo Roberto Salus discende da “Todo modo”, pure dal film che ne trasse Elio Petri. Ma i modelli cari ad Andò sono infiniti, almeno a sentire chi l’ha visto: da “Io confesso” di Hitchcock ad “Habemus Papam” di Moretti, passando magari per “Oltre il giardino” di Hashby.

Di sicuro un film, scritto da Andò con Angelo Pasquini, che farà molto discutere e probabilmente dividerà, come del resto accadde con “Viva la libertà”. Nella speranza che il pubblico italiano risponda al gusto non tradizionale dell’intreccio “politico” a sfondo giallo. Già perché c’è di mezzo un suicidio clamoroso nell’incipit della vicenda. Quello di Daniel Roché, ovvero Auteuil, il potente presidente del Fondo monetario internazionale. L’uomo, afflitto da un tumore incurabile, dopo aver festeggiato il suo compleanno con i principali responsabili dell’economia mondiale, si apparta con quell’enigmatico frate, per affidargli, appunto, delle confessioni alquanto segrete. Il pio e laconico Padre Salus ascolta, raccoglie le parole dell’uomo, il quale di lì a poco, proprio quella notte, sceglie di uccidersi. A quel punto non solo il monaco finisce tra i sospettati, i servizi segreti temono sia stato un omicidio; ma i “maghi della finanza”, per dirla con Andò, faranno di tutto, in una serrata indagine tra pressioni psicologiche e umane blandizie, per scoprire quanto il sant’uomo sa – sempre che sappia – sulla devastante manovra che hanno messo a punto. Come finirà?

Microspie dappertutto, sospetti insinuanti, gli americani che intercettano, l’hotel come microcosmo ad alto tasso simbolico nel quale si ritrovano, un po’ a sorpresa per un summit di quella portata, una seducente scrittrice di libri per bambini e una curiosa rockstar, oltre che un aggressivo cane lupo, appartiene al ministro tedesco, che prima o poi qualcuno dovrà francescanamente ammansire.

Chiaro che tutto ruota attorno al personaggio del monaco, al quale Servillo, anche solo a osservare l’ineffabile sorriso che mostra nel trailer, regala il senso più intimo del film. Come spiega Andò: «Alla casta dei super ministri che decidono sulla pelle degli altri, lui opporrà una scelta di vita per loro inconcepibile. Il massimo del potere a confronto con il massimo del non potere. Una sfida di mondi». Anche una sfida di cinema.

Michele Anselmi

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