“VELOCE COME IL VENTO”, ACCORSI SI RIMETTE IN PISTA. SE “AMORE TOSSICO” INCONTRA “VELOCITÀ MASSIMA”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “Cinemonitor”

Cantava Roberto Carlos nel lontano 1968: «Veloce come il vento / io corro verso te». Il titolo della canzone era “A che serve volare?”. Anche i piloti del film di Matteo Rovere, nelle sale dal 7 aprile per Fandango-Raicinema, vanno veloci, parecchio, ma non c’è un amore di mezzo, almeno in senso classico. Schematizzando un po’ si potrebbe dire che “Veloce come il vento” è “Amore tossico” che incontra “Velocità massima” che incontra “Fast & Furious” che incontra “Giorni di tuono” che incontra “Linea rossa 7.000” e chissà quanti altri ancora. Una storia di «azione e sentimenti», per dirla col regista classe 1982, dove lo scatenarsi dei motori super compressi da Campionato Gt (Grant turismo) prende spunto da una vicenda reale, la parabola tragica di Carlo Capone, per raccontare una sorta di redenzione, umana e professionale.
In esergo, prima dei titoli di testa, c’è una frase del campione Mario Andretti che spiega molto: «Se hai tutto sotto controllo significa che non stai andando abbastanza veloce». Vale per la guida in pista. Vale, in chiave di metafora, anche per i personaggi del film. Siamo a Imola, dove la diciassettenne di talento Giulia De Martino, a cavallo della sua Porsche rossa da competizione, deve assolutamente vincere il campionato se non vuole perdere casa e officina a causa dei debiti contratti dal padre Mario, meccanico e preparatore, per farla correre. Ma l’uomo muore d’infarto nel mezzo di una gara, e la ragazza che va veloce, non ancora maggiorenne, si ritrova a custodire il fratellino Nico. Ma fino a quando? La madre è scappata in Canada, il papà è stato appena sepolto; non bastasse, si rifà vivo per insediarsi in casa il fratello maggiore Loris, un ex pilota di rally ormai devastato dalla droga, insieme alla fidanzata balorda Annarella.
Magro come un chiodo, lo sguardo opaco, i denti gialli, i capelli lunghi unti, Loris è uno uomo allo sbando, totalmente inaffidabile, anche rischioso da tenere in casa. E tuttavia era stato un grande pilota, detto “il ballerino” per la grazia con la quale affrontava le curve: scommettiamo che, tra un casino e l’altro, si rimetterà in sesto quel tanto che basta per istruire la tosta sorella e recuperare l’affetto del fratellino mai conosciuto?
Fotografia desaturata tendente al livido, andamento adrenalinico, effetti analogici senza computer graphic, veicoli, marchi, piloti e circuiti veri, il dialetto romagnolo a fare da collante, all’insegna del «vacca boia», alla storia di una famiglia spezzata dagli eventi che si rimette via via in carreggiata. Le stazioni della via crucis ci sono tutte, ma Rovere, autore del copione con Filippo Gravino e Francesca Manieri, lavora sul genere “motori truccati” senza edulcorare la realtà della tossicodipendenza e al tempo stesso puntando su qualche situazione buffa, perfino comica. Loris sembra irredimibile, ma vedrete che alla fine, alla guida della sua vecchia Peugeot turbo 16, riuscirà a compiere il miracolo nel corso di una strapagata gara clandestina giù a Matera.
Della prova psico-fisica affrontata da Stefano Accorsi si sa tutto: dieta rapida per perdere undici chili e apparire “skinny”, sveglia alle tre di notte per “migliorare” le occhiaie, parlata strascicata e occhi spenti, abiti luridi o improbabili, e tuttavia grande lucidità quando c’è da dare consigli alla sorella su come raddrizzare le curve per non perdere secondi. Frase cult: «Non pensare alle curve che hai davanti, ma a quelle che ancora non vedi». Accorsi è bravo, anche se ogni tanto esagera nella prova estrema, mentre la debuttante Matilda De Angelis, sia con frezza di capelli blu su tuta da corsa e casco sia in abito rosso scollato dopo una botta adolescenziale di sesso, è la rivelazione del film. Paolo Graziosi, nei panni del paterno e affettuoso Tonino, evoca il vero Antonio Dentini, il meccanico e preparatore oggi scomparso dai racconti del quale tutto nasce.

Michele Anselmi

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