IL CINEMA DEL COMPLOTTO NON PIACE PIÙ AL PUBBLICO? SALE VUOTE PER “LA MACCHINAZIONE” E “USTICA”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Il cinema del complotto non piace più. Non solo al botteghino. Due dati sotto gli occhi di tutti: a ieri “La macchinazione” di David Grieco ha incassato 167mila euro in due settimane (è ancora fuori con 23 copie); “Ustica” di Renzo Martinelli è fermo a 93mila euro dopo sei giorni di programmazione (con 89 copie in circolazione). D’accordo, c’è stata Pasqua di mezzo, fa già molto caldo, i giovani vanno a vedere “Batman vs Superman”, che sarà una boiata ma attira in chiave di evento; c’è poi da mettere nel conto lo scarso appeal dei film italiani, pure di commedia, con l’eccezione di “Perfetti sconosciuti”. Tuttavia qualcosa sembra essersi definitivamente rotto tra il cinema cosiddetto di impegno civile e il nostro pubblico, anche quello più politicamente avvertito, informato. Capitò anche col più costoso “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana, sui temi irrisolti di Piazza Fontana: appena 2 milioni di euro al box-office 2012, a fronte di una copertura mediatica che mobilitò le migliori firme, gli esperti di terrorismo nero e rosso, le televisioni.
Appunto, parafrasando un famoso adagio sulle elezioni: «Pagine piene, sale vuote». Tanto clamore giornalistico, pochi biglietti venduti. Come spiegare il fenomeno, proprio mentre “Il caso Spotlight” supera, qui da noi, certo anche grazie all’Oscar, i 4 milioni di incasso? Difficile dare una risposta. “La macchinazione” propone, in un suggestivo collage di indizi dimenticati, versioni scartate, piste snobbate, segreti di Stato, una spiegazione tutta politica, legata al potere di Eugenio Cefis, dei fatti che portarono alla morte violenta di Pier Paolo Pasolini nella notte tra il primo e il 2 novembre 1975. Secondo Grieco, che fu amico del poeta, molto ruota attorno a una seconda Alfa Gt, identica a quella di Pasolini, usata per ucciderlo e sviare le indagini.
“Ustica” rivelerebbe «una verità inconfessabile», per dirla con Martinelli, specializzato in film ritenuti “scomodi” sin dai tempi di “Vajont” e “Piazza delle Cinque Lune”, sulla strage del 27 giugno 1980: quando un Dc-9 dell’Itavia, decollato da Bologna e diretto a Palermo, si squarciò in volo provocando 81 morti. Il cuore della sua versione, fondata «sulle perizie, sulle testimonianze, sulle 5.000 pagine dell’istruttoria del giudice Priore», sarebbe questa: «Ustica è una serie di anelli perversi che si concatenano. Il caccia libico Mig-23 ha un appuntamento con un aereo proveniente da Londra che porta ritardo, come pure il Dc-9. L’aereo libico si rende conto di essersi messo sotto l’aereo sbagliato, il nostro. Un radar d’avvistamento lancia l’allarme: c’è un intruso sotto la pancia dell’aereo civile. La Nato dà l’allarme. Si alzano in volo due Mirage francesi, due F-104 italiani e due F-5 americani. I comandi Nato dicono: se ne occupano gli americani, gli altri a casa».
Entrambi i registi, sia pure così diversi per stile, sensibilità, impianto drammaturgico e lavoro sugli attori, si aspettavano probabilmente un riscontro mediatico più acceso, uno scontro vivace di opinioni. Ora neanche più quello. Sarà anche perché sulla morte di Pasolini sono già stati fatti tre film; e su Ustica molti ricordano “Il muro di gomma” di Marco Risi, scritto da Andrea Purgatori, che da inviato del “Corriere della Sera” riuscì a smontare versioni di comodo e bugie di Stato.
Proprio a Purgatori chiediamo un parere: non sulla qualità dei due film, ma sull’evidente disinteresse mostrato dal pubblico nei confronti di due pagine storiche pure così scottanti. «Secondo me non è finita la stagione del cinema di impegno civile. Ma esiste un problema di linguaggio, di scelte diverse da fare». In che senso? «La televisione ha arato questi campi in lungo e in largo, il cinema deve trovare un diverso punto di vista, partendo dalle storie personali. I segreti, i misteri, le zone oscure o grigie vanno raccontati in modo tangenziale, attraverso personaggi che non siano i protagonisti principali di quelle vicende» consiglia il giornalista-sceneggiatore. E fa un esempio: «Su Ustica, oggi, io non farei “Il muro di gomma”. Ricostruirei semmai la vicenda del maresciallo dell’Aeronautica Mario Alberto Dettori, che si impicca (o lo impiccano) vicino a un torrente in secca nel Grossetano, sei anni e mezzo dopo la strage. Lui, l’uomo che vide tutto sul radar e disse alla moglie: “Siamo stati a un passo dalla guerra”». Che abbia ragione?
Ha scritto di recente Paolo Mieli sul “Corriere della Sera”, a proposito del saggio di Vladimiro Satta “I nemici della Repubblica. Storia degli anni di piombo”: «Quanto al celeberrimo “Io so ma non ho le prove” di Pier Paolo Pasolini, coloro che si sono richiamati o, come Antonio Ingroia, hanno riproposto quelle parole sono, secondo Satta, “non dei coraggiosi eretici ma i continuatori di un intreccio tra il sospetto eretto a metodo, la presunzione e il dogmatismo». Il dibattito è aperto, riguarda anche il cinema.

Michele Anselmi

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