“LOVE AND MERCY”, LA RESURREZIONE DI BRIAN WILSON. DA VEDERE SUBITO, SURFANDO SUL LATO OSCURO DEI BEACH BOYS

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

C’è un gran film in giro (si fa per dire, appena 33 copie). Si chiama “Love and Mercy”: l’ha diretto Bill Pohlad, americano, produttore e regista, autore di soli due lungometraggi, “Old Explorers” del 1990 e questo del 2014. Racconta, su due piani temporali, l’esaltante e malinconica storia di Brian Wilson, il cervello musicale dei Beach Boys, l’inventore di canzoni come “Surfin’ Usa”, “California Girls” e “Good Vibrations”, ma anche di un album come “Pet Sounds”, che fu considerato troppo innovativo e bizzarro per piacere al pubblico della band californiana tutta sole, mare e surf: infatti vendette poco, ci vollero anni perché fosse rivalutato.
“Love and Mercy”, dal titolo di un brano dello stesso Wilson, ha incassato finora in Italia neanche 50 mila euro, niente; sicché, chi fosse interessato, dovrebbe sbrigarsi a vederlo prima che lo smontino definitivamente (a Roma si può trovarlo al Quattro Fontane). Tuttavia, consiglio caldamente di non perderlo, perché, dietro l’approccio biografico, oggi si direbbe da “bio-pic”, pulsa uno stile non convenzionale, in linea con la vicenda che racconta, da “tragedia americana”. La tragedia di un musicista per molti versi geniale, deciso a rivaleggiare con i Beatles di “Rubber Soul”, ossessionato dal produttore-arrangiatore Phil Spector, che sfidò leggi del mercato, generi codificati, perfino l’amicizia dei suoi quattro compagni d’avventura per provare a incidere qualcosa di diverso: che fosse pop e insieme originale, mai sentito prima.
«Tu hai un dono, ci lasci a bocca aperta» gli dicevano i musicisti di studio, gente di conservatorio, chiamati a incidere le sue nuove canzoni, mentre i Beach Boys giravano il mondo senza di lui. Ma l’uomo era fragile, facile alle crisi di panico, sentiva le voci nella sua testa sin dal 1963, usciva da un’infanzia tiranneggiata dal padre manesco poi manager del gruppo, e presto trovò una via di fuga nell’alcol, nel cibo e nella droga. Sul finire degli anni Sessanta crollò: restò quasi tre anni a letto, inchiodato dalla depressione, gravato da 130 chili di peso, lo sguardo perso e assente. “Schizofrenia paranoide” fu il verdetto del famoso e discusso psichiatra Eugene Landy, chiamato a curarlo, con mansioni di tutore.

Ecco, il film parte nel 1985, quando Wilson, sempre più stordito dagli psicofarmaci e tampinato da guardie del corpo, incontra in una concessionaria la bionda Melinda Ledbetter, che vende Cadillac. Lui è gentile, un po’ assente, neanche si fa riconoscere; lei è incuriosita da quell’uomo che fu tanto famoso e ora cerca solo un po’ di tenerezza. Si frequentano, sotto lo sguardo occhiuto del survoltato Landy, e a Melinda non sfugge la brutale verità: Wilson è curato male, rincoglionito dalle pillole, terrorizzato dal terapeuta-padrone. Nell’alternanza tra passato (gli anni Sessanta) e presente (gli anni Ottanta), scopriamo via via la parabola di Wilson, l’ex golden-boy della musica pop americana finito in un devastante gorgo mentale, dove, appunto, confluiscono le botte ricevute da bambino, la smania di sperimentare, gli effetti di cocaina ed Lsd, l’incapacità di fare il padre e il marito.
Paul Dano è Wilson da giovane (e già in sovrappeso), con i capelli a caschetto e le magliette color albicocca, il musicista che intreccia archi e chitarre elettriche, clacson e pianoforte, inseguendo le intuizioni del suo flusso creativo; John Cusack è Wilson sopra i 40, smagrito e sfocato, pallido ricordo della star che fu, ma ancora capace di inventare qualcosa di bello al pianoforte.
Il film, accurato nella ricostruzione d’ambiente (abiti, case, colori, strumenti, copertine, arredi, pettinature), non inclina alla nostalgia; svela un inferno interiore che stride, a prima vista, con l’immagine di quelle canzoni da ballare targate Beach Boys, e insieme restituisce il perdersi e il ritrovarsi di un artista che oggi, ormai guarito, è ancora capace di salire su un palco e suonare (vedere titoli di coda).
Paul Giamatti, con parrucca, è davvero minaccioso nei panni dello psichiatra forse imbroglione e certo lesto ad approfittarsi del paziente facoltoso; Elizabeth Banks è una perfetta Melinda, bionda, sexy, vulnerabile e forte insieme, così determinata che alla fine sposò davvero Brian Wilson.
Dichiarò George Martin, il produttore dei Beatles da poco scomparso: «Se dovessi eleggere un genio vivente del pop, direi Brian Wilson».

Michele Anselmi

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