“LA FEDE SONO FATTI MIEI”, SERVILLO FA SERVILLO. IN “LE CONFESSIONI” È UN FRATE CHE METTE IN CRISI IL G8

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

A Toni Servillo, classe 1959, da Afragola, «il più grande attore italiano» secondo una mitica copertina di “Sette”, non interessa neanche un po’ risultare, neppure apparire, simpatico. Anzi. Promuove “Le confessioni”, il film di Roberto Andò nel quale incarna un enigmatico frate certosino, tal Roberto Salus, e gli chiedono temerariamente che rapporto abbia con la fede. «Senza mancarle di rispetto, sono fatti miei» sibila. A una giornalista di Rainews24 andò pure peggio nel 2014: la poveretta si beccò un “vaffa” in diretta (poi arrivarono le scuse). Stavolta, invece, Servillo prosegue così: «Stiamo presentando un film, parlando di fantasia. Invece si pensa fondamentalmente di sapere i fatti degli altri. Non ho mai interrato rifiuti tossici, anche se ho fatto “Gomorra”; non ho mai partecipato a una festa, anche se ho interpretato Jep Gambardella. I rapporti con la fede me li tengo per me, sono un attore». Tiè.

Che sia un bravo attore di cinema e teatro non ci piove. Carismatico, eclettico, meditabondo, capace di recitare anche in inglese, francese e tedesco, assai premiato, quasi venerato. Ma, appunto, facile all’insofferenza. Guai a ricordargli di aver doppiato la pantera Bagheera nel nuovo “Libro della giungla” della Disney. «Confesso che non riesco a mettere insieme Salus con Bagheera, se non per il mestiere del recitare» s’innervosisce. A domandargli se con i suoi personaggi, taciturni e maieutici, senta di assolvere a un ruolo di guida, sia per lo spettatore sia per i colleghi giovani, replica: «È una lusinga per un attore riuscire a farsi testimone di un film, sedersi sul cuore dello spettatore. Spero che il pubblico goda del fatto che, con Salus, entrerà in posti segreti, dove si decidono o si dovrebbero decidere le sorti del mondo». Quanto agli allievi: «Mi consenta qualche ritrosia, non sono così stupido da confermare. Il mestiere dell’attore è trasmissione, quello che abbiamo imparato lo trasmettiamo ai più giovani».

Come ampiamente anticipato dal “Secolo XIX” il 18 marzo scorso, “Le confessioni” è una produzione di impianto internazionale. Esce il 21 aprile con Raicinema, budget da circa 7 milioni di euro, cast misto per lingue e nazionalità: i francesi Daniel Auteuil e Lambert Wilson, la danese Connie Nielsen, la canadese Marie-Josée Croze, il tedesco Moritz Bleibtrau, gli italiani Pierfrancesco Favino e appunto Servillo nei panni del monaco scrittore. Magnifico saio bianco e barba in tono, il frate s’aggira pensoso nelle stanze di un lussuoso albergo tedesco in riva al lago che sta per ospitare una cruciale riunione di ministri economici. Un G8 piuttosto speciale. La manovra che sta per essere varata rischia di avere conseguenze tragiche per alcuni Paesi più deboli (si nomina la Grecia); ma nella notte, in quello stesso hotel, muore forse suicida il presidente del Fondo monetario, il temuto Daniel Roché. E tutto lascia supporre che Salus, avendolo incontrato nella sua stanza poco prima che morisse, sappia qualcosa che non dovrebbe sapere.

Il contesto realistico è lo spunto per impaginare un’allegoria di forte impronta aforistica, tra echi di Sciascia, Kavafis, Pascal, Sant’Agostino, Dostoevskij, Schubert, pure Hitchcock e Lou Reed. Temuto e sospettato, Salus parla infatti così, spiazzando tutti: «I peccati altrui mi mettono a disagio», «Il tempo è una variabile dell’anima», «Non vi affannate ad accumulare tesori sulla Terra», «Ci sono fallimenti molto più grandi di quelli contabili». Ma anche Roché non scherza: «La democrazia è una menzogna, nel Parlamento ci sono sole anime morte».

Omaggiato in video da Auteuil, rimasto a Parigi per impegni teatrali, Servillo ringrazia il collega francese e spiega: «Salus è un personaggio singolare. Un uomo di fede, che ha un credo, ma che si mostra soprattutto “credibile”, e Dio sa quanto ne abbiamo bisogno. Non è silenziosamente opportunista, oppone a un mondo di dichiarazioni ufficiali una dignitosa renitenza, non dirà mai ciò che non pensa». Di più: nel film ammansisce un cagnaccio come San Francesco, registra il verso degli uccelli e spariglia le carte del G8 alimentando il mistero su di sé. «I potenti riuniti in quell’albergo pensano di essere proprietari della vita di tutti, il monaco pensa che neanche la sua vita gli appartenga. Sì, una bella sfida per un attore». Se lo dice lui…

Quanto al film, scritto da Andò con Angelo Pasquini e ben fotografato da Maurizio Calvesi, “il ponte tra realtà e immaginazione” stavolta risulta meno robusto, pure meno divertente, di quello costruito per il precedente “Viva la libertà”. Sarà perché il tono è spesso sentenzioso, come se ogni battuta di dialogo dovesse rivelare una verità nascosta o taciuta, mentre i lenti movimenti della cinepresa nella composizione delle immagini conferiscono al sontuoso hotel termale/terminale un ruolo di raggelato palcoscenico dove va in scena l’esercizio del capitalismo. Tutto è volutamente suggestivo, e se l’idea di rispettare le diverse lingue è apprezzabile gli interpreti sembrano a tratti spaesati, non tutti fisicamente ben scelti. Sicché alla fine il frate ha facile gioco, portando in quel contesto un sguardo “altro”, da quieto disturbatore, nel mettersi in tasca, prima di rimettersi in cammino, le meschinità degli otto potenti. Che pure, in un momento di informale relax e di giovanile nostalgia, intonano tutti insieme “Walk on the Wild Side” suonata alla chitarra da una specie di Bono.

Michele Anselmi

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