“CODICE 999”, IL POLIZIESCO SCENDE GIÙ IN GEORGIA: SBIRRI CORROTTI, MAFIA EBREA E MANN COME MODELLO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Peccato per quella voce: Woody Harrelson doppiato da Roberto Pedicini non si può proprio sentire, sembra di ascoltare sempre Kevin Spacey in “House of Cards”, solo più “fatto” e rallentato. Detto questo, se piacciono i polizieschi tosti e crudeli, anche disperati, diciamo tra “Heat”, “The Town” e “La promessa dell’assassino”, allora “Codice 999” è da vedere subito. John Hillcoat, il regista, aveva un po’ deluso con “Lawless”, torbida gangster story ambientata nel profondo Sud anni Trenta, molto letteraria e piuttosto prevedibile; qui, invece, sempre a Dixieland siamo, ad Atlanta in Georgia, ma ai giorni nostri, e sin dal prologo, un serrato dialogo in auto prima di un colpo, capiamo che ne succederanno di tutti i colori.

«È una cosa da lupo cattivo, la versione ebrea di Cosa Nostra» spiega uno dei banditi al soldo di Irina, bella russa israelita, feroce come poche e capace di tener testa a Putin, che gestisce traffici illeciti, capitali enormi, documenti esplosivi. La gang è composta da ex militari delle forze speciali e sbirri corrotti, più un ex poliziotto tossicomane che si rivelerà il punto debole. Irina li ha in pugno, soprattutto ha in pugno Michael, che è nero e ha avuto una storia d’amore con la sorella della boss, con relativo bambino meticcio. Ancora una rapina e tutto si sistema. Ma questa volta la posta è altissima, occorrono dieci minuti per fare il colpo, l’unico modo perché tutte le volanti non convergano lì è applicare il “codice 999” del titolo: ossia uccidere un poliziotto (in originale il titolo recita “Triple 9”). Ma chi è l’uomo da sacrificare? Forse Chris, giovane, appena arrivato al reparto, sposato con prole, e per giunta nipote del capo?

Scritto da Matt Cook, “Codice 999” è cupo, feroce e adrenalinico come te l’aspetti, a suo modo anche convenzionale, nel senso dei nuovi canoni del cop-movie metropolitano, a partire dalla rapina iniziale a ritmo sfrenato. Ma poi, a mano a mano che Hillcoat definisce psicologie, rapporti e personaggi, capisci che il film maneggia con una certa finezza la sanguinaria materia del contendere, senza fare sconti, prendendo la strada del finale dentro l’auto, dove due pistole spareranno.

All’epoca “Heat” inaugurò una nuova estetica della sparatoria per strada, facendo sentire lo spettatore quasi in mezzo alla gragnuola di colpi. “Codice 999”, come altro film recenti legati al noir d’azione, si abbevera a quel modello, ne ripropone suoni e dinamiche, facce ed efferatezze; ma è anche vero che l’ambientazione inedita, tra stelle di David, kippah, cadaveri squartati e denti strappati, offre una variazione curiosa sul tema, aprendo impensati scenari malavitosi (e soprattutto i dialoghi non sono sentenziosi).

Il cast è di prim’ordine. Sul versante dei “buoni” ci sono Woody Harrelson, nei panni dello stravagante capo della Major Crime dalla vita personale a pezzi, e Casey Affleck in quelli del nipote capellone, scaltro e audace, cui nulla sfugge; tra i “cattivi” figurano Chiwetel Ejifor, Anthony Mackie, Cliffon Collins Jr. e Aaron Paul, più Kate Winslet, come non l’abbiamo mai vista, nel ruolo della diabolica Irina dalla pettinatura leonina (pare che in un primo momento fosse stata scelta Cate Blanchett). In patria “Codice 999” non è andato bene: appena 13 milioni di dollari al botteghino, magari si rifarà nella vecchia Europa.

Michele Anselmi

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