“LA PAZZA GIOIA”, ANTEPRIMA CON EMBARGO CRITICO. I FRANCESI: “THELMA & LOUISE NEL MONDO DEI LUNATICI”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Il titolo, assai azzeccato visto l’argomento, viene da una battuta del film. «Abbiamo una macchina, diamoci alla pazza gioia» grida una delle due “svitate” in fuga da un’antica magione toscana, Villa Biondi, trasformata in centro di terapia neuropsichiatrica per donne sottoposte al Tso. Esce il 17 maggio, in 400 copie, “La pazza gioia” di Paolo Virzì, dopo l’anteprima mondiale del 14 alla Quinzaine des réalisateurs. «I francesi l’hanno ribattezzato un “Thelma & Louise” nel mondo dei lunatici» sorride il regista livornese. Virzì preferisce indicare altri «furti con destrezza», ma certo l’osannato road-movie di Ridley Scott è esplicitamente citato nella sequenza in cui le due fuggitive, una delle quali con lo stesso foulard di Susan Sarandon, rubano una decappottabile rossa anni Sessanta sul set di un film.
Applausi a scena aperta, ieri mattina, alla presentazione per la stampa (con embargo critico). Giornaliste commosse, domande del tipo «Grazie per questo film splendido, meraviglioso», tutto il cast di ottimo umore: il regista, la co-sceneggiatrice Francesca Archibugi, le due mattatrici Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti. «Non bisogna avere paura dei matti. Semmai bisogna aver paura di chi ha paura dei matti» esordisce il cineasta. Il film doveva uscire il 3 marzo, ma poi l’invito a Cannes, «una calamita per l’ego dei registi», ha consigliato il rinvio.
la pazza gioia 1Come rivelato un anno fa dal “Secolo XIX”, prima che partissero le riprese, “La pazza gioia” narra il toccante sodalizio tra due pazienti psichiatriche imbottite di farmaci. Beatrice Morandini Valdirana e Donatella Morelli i loro nomi, e naturalmente più diverse non potrebbero essere. L’una, cioè Valeria Bruni Tedeschi, è bionda, formosa, sedicente contessa e amica di Berlusconi, chiacchierona e seduttiva, simile alla moglie infelice del Capitale umano”, ma affetta da sindrome bipolare. Donatella, cioè Micaela Ramazzotti, è silenziosa, scura di capelli, smagrita, la pelle piena di tatuaggi e cicatrici, una vita slabbrata da ex cubista dietro di sé, soprattutto custodisce un doloroso segreto. Scappano per prendersi «un po’ di felicità in quel manicomio a cielo aperto che è il mondo dei sani», scrive Virzì, ma presto la fuga “on the road” prende una piega tra il picaresco e il tragico, con una punta di delirio psichedelico.
Spiega Bruni Tedeschi: «Capita raramente di leggere copioni così complessi e chiari. D’accordo, come modelli avevo la Blanche DuBois di Tennessee Williams e la Blue Jasmine di Woody Allen. Ma c’era comunque la paura di non essere all’altezza». E allora? «Ho chiesto gentilmente al mio Super Io di andare in vacanza, di lasciarmi in pace sul set. Diciamo che non ho costruito nulla, semmai ho de-costruito».
Interviene Ramazzotti, moglie nella vita del regista: «Dietro la fuga di queste due donne c’è una gran voglia di volersi bene, di curarsi a vicenda. Vengono da mondi distanti, inconciliabili, invece si trovano, diventano amiche, complici». E ancora: «La mia Donatella è ulcerata, quasi asessuata, dice di sé: “Sono nata triste, aiutatemi”. Per definirla, fisicamente, sono partita da una figurina di donna alla Egon Schiele disegnata da Paolo».
I due personaggi non sono “matti da slegare”, per evocare il titolo di un celebre documentario collettivo; neanche picchiatelli come tanti raccontati al cinema, dagli americani “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e “4 pazzi in libertà” agli italiani “Si può fare!” e “La pecora nera”. Però il sentimento di affettuosa condivisione è lo stesso. Se il finale è stato riscritto varie volte, il senso del film il regista lo sintetizza così: «Diamo un’occhiata fuori, ma è meglio se torniamo dentro». Confessa infatti Ramazzotti: «A volte mi veniva da piangere senza un motivo preciso, portarsi dietro per tre mesi questa scia di moscerini, di pensieri ostinati, non è stato facile». Le fa eco Bruni Tedeschi: «Io conosco la follia. Sarà per questo che ho familiarità con le persone dette pazze. Mi aiuta il fatto che sono un po’ ipocrita, capace di controllarmi in società. Ma dentro resto disperata». S’era capito.

Michele Anselmi

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