FINITO L’EMBARGO CRITICO, A CANNES ARRIVA “LA PAZZA GIOIA”. FUGA ON THE ROAD DI DUE “SVITATE”, PIÙ ARCHIBUGI CHE VIRZÌ

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Oggi “La pazza gioia” di Paolo Virzì passa alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes, poi sarà nelle sale da martedì 17 con Raicinema, quindi possiamo considerare estinto il curioso “embargo critico” firmato una settimana fa a Roma, quando il film venne presentato alla stampa.
La storia ormai la sapete. Virzì, che qui firma la sceneggiatura solo con Francesca Archibugi, narra il bizzarro sodalizio tra due pazienti psichiatriche imbottite di farmaci. Beatrice Morandini Valdirana e Donatella Morelli i loro nomi, e naturalmente più diverse non potrebbero essere. L’una, cioè Valeria Bruni Tedeschi, è bionda, formosa, sedicente contessa e amica di Berlusconi, chiacchierona e seduttiva, simile alla moglie infelice del “Capitale umano”, ma affetta da sindrome bipolare. Donatella, cioè Micaela Ramazzotti, è taciturna, scura di capelli, macilenta come una donnina di Schiele, la pelle piena di tatuaggi e cicatrici, una vita slabbrata da ex cubista dietro di sé, soprattutto custodisce un doloroso segreto. Scappano da Villa Biondi, una villa cinquecentesca nel Pisano trasformata in centro di terapia neuropsichiatrica per donne da Tso, rubando il Suv di un tipaccio col codino che se le vuole portare a letto; lo fanno per prendersi «un po’ di felicità in quel manicomio a cielo aperto che è il mondo dei sani» (così scrive Virzì), ma presto la fuga “on the road” prende una piega tra il picaresco e il tragico, con una punta di delirio psichedelico.
Se i francesi l’hanno ribattezzato «un “Thelma & Louise” nel mondo dei lunatici», Virzì indica altri furti «furti con destrezza», ad esempio la Blanche DuBois di Tennessee Williams e la Blue Jasmine di Woody Allen, ma certo il road-movie di Ridley Scott è citato espressamente nella sequenza in cui le due, una delle quali con lo stesso foulard di Susan Sarandon, sgraffignano su un set Lancia Appia rossa decappottabile targata PV (come Paolo Virzì?).
I film sul tema pazzia & dintorni sono sempre rischiosi. Il regista livornese spiega che «il disagio mentale ci fa paura», sicché «preferiamo esorcizzare questa paura: basta che i “matti” stiano lontani, in posti anche carini, ma lontani». Però non è sempre vero: basta pensare a titoli come “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, “Ragazze interrotte” o “4 pazzi in libertà”, per restare a Hollywood, o ai nostri “Si può fare!” e “La pecora nera”.
Avendo molto studiato l’Antonio Pietrangeli di “Io la conoscevo bene”, Virzì sa raccontare bene le donne, specie quelle da lui definite “sbagliate”. Qui il sentimento di affettuosa condivisione è lo stesso, “La pazza gioia” mette in scena, partendo da una sequenza su tinte livide che suggerisce un antefatto tragico, l’amicizia imprevedibile tra queste due anti-eroine sbalestrate dagli eventi e sorrette dalle pillole.
«Diamo un’occhiata fuori, ma è meglio se torniamo dentro», cioè alla clinica, è il senso del film. Abilmente fotografato da Vladan Radovic, sottilmente musicato da Carlo Virzì, e naturalmente recitato con densa partecipazione, quasi cucendosi addosso i due scorticati personaggi, da Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti (fioccheranno premi ai David e ai Nastri, vedrete).
E tuttavia il film risulta più convincente e profondo quando Beatrice e Donatella si relazionano non con se stesse ma con l’esterno, insomma quando si dividono nel loro peregrinare un po’ scriteriato e folleggiante, ritrovando i relativi ambienti di provenienza. Essendo una commedia, si ride parecchio e ogni tanto, forse, si piange. “Senza fine” di Gino Paoli, scelta con una punta di drammaturgica furbizia, è la canzone giusta per far leva sui sentimenti. Resta un’impressione di fondo: più che un film di Virzì sembra, a tratti, un film di Archibugi.

Michele Anselmi

Lascia un commento