La “straordinaria parabola” del Rex. Un documentario sul transatlantico reso immortale da Amarcord

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Alzi la mano chi non s’emoziona vedendo o rivedendo quella scena di “Amarcord”. Maestoso e illuminato da migliaia di lampadine, il Rex fende le acque davanti a Rimini, nel tripudio commosso del popolo salito su barche e mosconi per festeggiare nottetempo quel vessillo di italica potenza. Tutto finto, ricostruito fantasiosamente a Cinecittà. Del resto, il transatlantico non passò mai da quelle parti, se non parecchi anni dopo, a guerra iniziata, quando fu trasferito da Genova a Trieste nella speranza di salvarlo dai bombardamenti alleati. Inutile: l’8 settembre del 1944 fu centrato, nel mare di Capodistria, da 123 razzi lanciati da un aereo della Raf. Impiegò quattro giorni ad affondare.

La storia del Rex diventa ora un documentario prodotto da Luce Cinecittà insieme a Blues Film e Liguria Ports Alliance, regia di Maurizio Sciarra. Barese, classe 1955, nel 2001 vincitore del Pardo d’oro a Locarno con “Alla rivoluzione sulla due cavalli”, Sciarra ha appena finito di girare per una settimana in Liguria, tra Genova e La Spezia, prima di proseguire le riprese a Trieste. Troupe ridotta al massimo, quattro persone in tutto, massima libertà creativa, una gran voglia di riportare a galla, sulla scorta di una suggestione dello spezzino Marco Ferrari, il mito del Rex: «Uscito forse dal radiante delle storie da narrare ma anche emblema straordinario di una certa epopea industriale» dice il regista al “Secolo XIX”. Aggiunge: «È la prima volta che giro a Genova, ci ronzavo attorno da anni: città affascinante, potente, magnifica. Basta stare un giorno nel porto di Genova per capire quanto è cambiata la cantieristica negli ultimi decenni e insieme quanta cultura marinara e sapienza tecnica resistano dentro questi moli, tra queste gru».
“Trasatlantico Rex” sarà pronto a ottobre. L’idea è di stare sotto i 60 minuti, per promuoverlo su varie piattaforme: festival, home video, canali tematici di storia, vendite estere. «Non ci solo gli aerei, si può andare anche per nave» sorride Sciarra, evocando la bellezza di quel supertransatlantico, allora si diceva così, costruito nei cantieri di Sestri Ponente tra il 20 aprile del 1930 e i primi mesi del 1932. Al comando di Francesco Tarabotto, la nave – 51.062 tonnellate di stazza, 260 metri di lunghezza, 140 mila cavalli di potenza – sarebbe salpata il 27 settembre del ’32 alla volta di New York.
Spiega il regista: «Vorrei raccontare un’epopea in bilico tra scommessa industriale e propaganda di regime, ma senza schemi ideologici. Perché se è vero che il genio italiano fu manovrato da Mussolini, è altrettanto vero che il Rex incarna una parabola straordinaria». In che senso? «Innanzitutto perché unisce tanti mari. Il Rex nacque in Liguria, ha navigato per otto anni tra l’Europa e le Americhe, ha concluso la sua vita nell’alto Adriatico. Fu nave simbolo del fascismo, certo. Ma come non ricordare che all’inizio, nelle prime crociere verso New York, a bordo del Rex si suonava il jazz?». Una storia che continua oggi, per alcuni versi. «Sì, il Rex è stato smembrato, ma i suoi pezzi sono “vivi”: una scialuppa va in giro nel porto di Trieste, la campana è nel Museo del mare a Genova, le lettere sono in Slovenia. Mito e collezionismo si fondono».
Naturalmente il materiale di repertorio fornito dall’Istituto Luce farà da sostanziosa cornice al reportage sui luoghi, specialmente liguri. A Chiavari, per dire, Sciarra ha intervistato il quasi centenario Ezio Starnini, che s’imbarcò appena sedicenne sul Rex, proprio il 27 settembre del ’32, come “lift boy”, insomma ascensorista. «La divisione per classi era tipica di quelle navi meravigliose, ogni piano custodiva censo, bisogni sociali, arredi diversi» spiega il regista. Il quale, con la complicità di Maurizio Eliseo, un po’ la guida in questo percorso nella memoria del Rex, ha rintracciato anche il figlio di Corrado Testi, che fu responsabile dell’apparato elettrico del piroscafo e insieme primo violino dell’orchestra di bordo. Quando si dice eclettismo.
«Ma non glisseremo certo sui guai che la nave ebbe nel suo primo viaggio verso New York. A causa di un guasto ai motori, il Rex dovette fermarsi a Gibilterra, dove attese che dall’Italia giungessero i pezzi di ricambio portati dagli ingegneri dell’Ansaldo. E ricostruiremo l’incidente che portò alla morte di un nostromo, alla perdita di una delle ancore» anticipa il cineasta.
Anche Sciarra conserva vivida nella memoria la struggente sequenza del felliniano “Amarcord”, con quel Rex «finto ma più vero del vero, oggetto del desiderio e veicolo di un possibile riscatto sociale». Tuttavia ci sarà spazio pure per un affettuoso omaggio a “L’uomo che amava le donne” di Truffaut: grazie a un modello navigabile del transatlantico, lungo 3 metri e costruito per le Colombiadi del 1992, che il regista filmerà nelle sue evoluzioni dentro uno specchio d’acqua protetto.

Michele Anselmi

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