“LO STATO CONTRO FRITZ BAUER”, LE CONTRADDIZIONI DELL’UOMO CHE FECE ARRESTARE IL NAZISTA EICHMANN

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

C’è un piccolo/grande film ancora in giro, temo per poco. Si chiama “Lo Stato contro Fritz Bauer”, l’ha diretto un regista tedesco, Lars Kraume, nato a Chieti nel 1973 ma cresciuto a Francoforte sul Meno. Ha incassato poco da noi, neanche 200 mila euro, anche perché arriva dopo “Il labirinto del silenzio” di Giulio Ricciarelli e “The Eichmann Show – Il processo del secolo” di Paul Andrew Williams. Infatti completa un’ideale trilogia sulla Grande Rimozione compiuta dai tedeschi, tra gli anni Cinquanta e i primi Sessanta, rispetto all’esperienza nazista che tutto permeò (e in buona misura continuò a permeare sottotraccia).
Anche qui la storia è presa dalla realtà. Siamo nel 1957. Il procuratore generale Fritz Bauer, ebreo socialdemocratico, marito divorziato con gusti omosessuali, già esiliato in Danimarca per sfuggire ai campi di sterminio, scopre che Adolf Eichmann, il famigerato ex tenente colonnello delle SS responsabile della deportazione di massa degli ebrei, si nasconde sotto falso nome a Buenos Aires. Bauer non è un uomo senza peccati, ha scheletri nell’armadio e un senso di colpa che lo accompagna; ma ha deciso che solo portando in tribunale gli autori dei crimini di guerra perpetrati durante il Terzo Reich la Germania potrà chiudere davvero quell’atroce capitolo di storia. Ma l’impresa è ardua; gli ex nazisti sono dappertutto, nella polizia, nei servizi segreti, nella magistratura, nell’industria, la parola d’ordine è “Dimenticare”. Sicché a Bauer, estenuato dai depistaggi e dagli inviti alla calma, non resta che “tradire” il suo Paese per salvarlo, rischiando di finire sotto processo. Come? Contattando il Mossad, per far sapere agli israeliani ciò che sa in merito al nascondiglio argentino di Eichmann e alle protezioni di cui gode in Germania.
Il tema non è nuovo, appunto, ma interessante è il punto di vista scelto da Kraume: Bauer è un anti-eroe, pieno di contraddizioni, reduce da un probabile tentativo di suicidio, già nel mirino dei servizi a causa delle sue frequentazioni gay, e tuttavia l’uomo conduce la sua battaglia con inflessibile realismo, anche con notevole cinismo, sapendo bene che nessuno vuole portare Eichmann in tribunale.
«Le piace cacciare?» gli domanda con tono malizioso un funzionario chiamato a spiarlo. «Certo, ma non animali» replica lui. E intanto, nel procedere degli eventi tra Germania, Israele e Argentina, il “fattore umano” entra in modo prepotente nella vita del procuratore: un suo assistente, sposato e omosessuale come lui, sta per essere stritolato dalla cosiddetta macchina del fango.
Il 67enne Burghart Klaussner è un Bauer perfetto, per aderenza fisica e finezze umorali, in linea con le prove maiuscole offerte in film come “Goodbye Lenin!”, “Il nastro bianco” o il recente “Il ponte delle spie”. Ostinazione e rassegnazione, senso dello Stato e rivolta contro la politica “pacificatrice” del suo stesso Stato, fanno di Bauer un personaggio a suo modo indimenticabile, dentro un film accurato nella ricostruzione d’ambiente e mai indulgente. Il doppiaggio è buono, a parte una sequenza un po’ incongrua, ma se riuscite a vederlo in lingua originale coi sottotitoli è meglio.

Michele Anselmi

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