La prima ricerca sulla disuguaglianza di gender nel cinema europeo

La questione della parità di genere nel campo dell’industria cinematografica è un tema di grande attualità negli Stati Uniti. È di qualche giorno fa la notizia della presa di posizione dell’attrice Robin Wright durante conferenza della Rockefeller Foundation: la co-protagonista di House of Cards ha chiesto pubblicamente che il suo compenso fosse equiparato a quello del collega Kevin Spacey. Lo scarto di guadagno tra i due è di 80 mila euro a stagione.

Studi di settore e analisi, come quella presentata in questo precedente articolo su gender e sceneggiature, stanno finalmente portando all’attenzione del pubblico le evidenti disparità tra uomini e donne nel mondo del cinema. E se qualcuno si stesse chiedendo come siamo messi in Europa, a rispondere ci ha pensato l’European Women’s Audiovisual Network (EWA) con un’interessante ricerca presentata durante lo scorso Festival di Berlino e sostenuta dalle principali istituzioni europee tra cui, per l’Italia, la Direzione Generale Cinema del MiBACT.

I dati emersi non sono certo rassicuranti, tenendo conto dei sette paesi europei (Austria, Croazia, Francia, Germania, Italia, Svezia e Gran Bretagna) da cui sono state acquisite le informazioni utili alla ricerca, solo un film su cinque è diretto da una donna. Non solo, anche l’erogazione dei fondi è distribuita in maniera iniqua, l’84% dei finanziamenti è infatti stato destinato, nel periodo 2006/2013, a registi uomini. Disaggregando i dati e focalizzandoci sul nostro Paese, la disuguaglianza tra generi ha una forbice ancora più ampia. Nell’arco di tempo preso in analisi, dal 2006 al 2013, i film distribuiti sul mercato diretti da donne sono solo il 2,7% conto la quota maschile del 97,3%.

Spulciando le pagine del report sulla gender equality ci si accorge che probabilmente manca a monte una politica che incoraggi le donne a intraprendere la carriera cinematografica. Guardando i dati delle iscrizioni alla Scuola Nazionale di Cinema di Roma, le donne iscritte al corso di regia sono solo il 17% degli iscritti totali, a conseguire la laurea in regia sono il 38% donne e il restante 62% uomini. Nel passaggio all’impiego nell’industria cinematografica, sceneggiatrici e registe iscritte alla SIAE arrivano a coprire il 25%: le donne dichiarano di aver avuto la possibilità di girare il loro primo film a 25 anni, mentre scende all’età di 20 vent’anni il primo ciak per gli uomini. I fondi nazionali erogati dal 2006 al 2013 sono stati distribuiti per l’89% a progetti cinematografici di autori di sesso maschile e solo l’11% a filmmakers donne. Nel 2010 si è toccato il più profondo divario con 94% contro il 6%.

La partecipazione ai festival nazionali e internazionali e la conseguente assegnazione di premi è l’unico frangente in cui le registe italiane hanno avuto la possibilità di rivalersi sui loro colleghi. Come ha dichiarato Holly Aylett, responsabile della ricerca condotta dall’EWA, l’obiettivo è quello di fornire informazioni oggettive che possano essere alla base di nuove strategie mirate al cambiamento. Quello che l’European Women’s Audiovisual Network suggerisce, in calce alla presentazione dei suoi dati, è una politica che sostenga e incoraggi la presenza femminile nell’industria cinematografica con una sensibilizzazione che parta dall’educazione al linguaggio audiovisivo fin dalle prime classi della scuola dell’obbligo. Il primo paese a muoversi in tal senso è la Svezia, il cui ministro della cultura, Alice Bah Kuhnke, ha posto l’obiettivo di una gender equity al 50% entro il 2020. A questo link è possibile scaricare il report dettagliato. Provate a scrivere in una colonna i nomi dei registi italiani che conoscete e in un’altra quelli delle registe: chi vince?

Chiara Pascali

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