“COLONIA”, TUTTI GLI AMICI TEDESCHI DEL GOLPISTA PINOCHET. UN FILM RIAPRE UN TETRO CAPITOLO DI STORIA DIMENTICATO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per per Cinemonitor

«E comunque in Cile non cambiò nulla» avvisa una scritta sui titoli di coda del film “Colonia”. Che è tedesco, il regista si chiama Florian Gallenberger, ma la cui storia, appunto, non si svolge a Colonia, intesa come città. La famigerata colonia in questione era un villaggio-fattoria, chiamato pomposamente “Colonia Dignidad”, fondato ai piedi della Cordigliera cilena da emigranti tedeschi prima della Seconda guerra mondiale. Ospitò e nascose a lungo nazisti in fuga dall’Europa; dopo il golpe di Pinochet del 1973 fu usato per segregare, torturare e uccidere oppositori politici spesso di nazionalità straniera (come il fotografo italo-cileno Juan Bosco Maino Canales, sparito nel 1976 a 27 anni, anche lui vittima del “Piano Condor”).
Di recente il governo Merkel ha promesso di rendere accessibili, in anticipo di una decade, i documenti sulla storia del villaggio situato a 350 chilometri a sud di Santiago. Si capisce anche perché. In quella triste “colonia”, gestita a lungo da un sadico predicatore laico, tal Paul Schäfer, ex SS in combutta con i servizi segreti cileni e con la stessa Ambasciata tedesca, furono commessi crimini di ogni tipo: vessazioni, stupri, atti di pedofilia, omicidi, supplizi, traffico d’armi e di agenti chimici, sperimentazioni con il Sarin su cavie umane. Per semplificare, pensate a una versione crucco-cilena del Tempio del Popolo pilotato dal reverendo Jim Jones, solo che a “Colonia Dignidad” nessuno mise in atto un suicidio di massa con l’aranciata avvelenata.
In Cile non cambiò nulla, si diceva, anche dopo la pubblicazione di foto terribili che denunciavano quanto accadeva in quel lager mascherato da azienda agricola, e tuttavia alla fine il “reverendo” Schäfer, capelli pettinati all’indietro e lasciati lunghi sulle spalle, scappò in Argentina dopo l’abdicazione di Pinochet e lì fu arrestato nel 2004, per terminare i suoi giorni in un carcere cileno, nel 2010, condannato a 33 anni.
In “Colonia”, nelle sale dal 26 maggio distribuito da GoodFilms, il pazzoide è incarnato dallo svedese Michael Nyqvist, impostosi come giornalista buono con la trilogia “Uomini che odiano le donne” e poi sbarcato a Hollywood per ruoli da cattivissimo. Appena lo vedi nel film, con quella faccia butterata e lo sguardo lucido e allucinato insieme, pensi che l’attore abbia esagerato nella caratterizzazione diabolica; invece l’uomo, al quale piaceva farsi chiamare Pius dai “fedeli”, pare fosse proprio così, almeno a osservare le fotografie e a leggere le testimonianze dei sopravvissuti.
Il film, tedesco di nazionalità ma girato in inglese con piglio all’americana, non è di quelli che restano nella memoria, sarà perché lo stile è prevedibile, i passaggi drammaturgici classici, la recitazione spesso romanzesca ed esteriore (insomma siamo lontani da titoli come “Garage Olimpo” di Marco Bechis); e tuttavia la storia, inventata ma nutrita di tragici fatti reali, “prende” lo spettatore e lascia progressivamente sgomenti.
Hans e Lena, cioè Daniel Brühl ed Emma Watson, sono due giovani tedeschi arrestati a Santiago nei giorni feroci del golpe. Lui, fiero militante pro-Allende, viene riconosciuto e seviziato per farlo parlare; lei, hostess della Lufthansa, viene subito rilasciata. Ma si mette in testa di rintracciare Hans, apparentemente “desaparecido”. L’uomo, finito a “Colonia Dignidad”, s’è salvato fingendosi instupidito dagli elettroshock; e proprio lì, travestitasi da aspirante suorina, approda Lena, senza sapere che cosa l’aspetta.
Spezzoni di cinegiornali e canzoni dell’epoca, come “Ain’t No Sunshine” e “Samba Pa Ti”, servono al regista per inquadrare il periodo storico, ma poi il film si rinchiude all’interno di quel tetro “villaggio ideale”, detto anche Villa Baviera, ricostruito con molta accuratezza dagli scenografi in Lussemburgo, a partire dai colori, dagli arredi, dagli edifici principali. Nella finzione del film, i due tedeschi innamorati impiegano 132 giorni a mettere a punto il piano di fuga, con un finalissimo all’aeroporto all’insegna della suspense; nella realtà quasi nessuno riuscì a scappare da quel posto sorvegliatissimo, popolato di gente plagiata e umiliata, quasi una succursale della Germania hitleriana.

Michele Anselmi

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