Il traduttore, diversità e ambivalenza nell’opera seconda di Massimo Natale

A dieci anni dall’esordio con L’estate di Martino, Massimo Natale approda a Trento, scenario del tutto differente dalla calda Puglia e cornice ideale per il racconto, in virtù della sua dimensione intima e a misura d’uomo. Il protagonista Andrei è uno studente rumeno giunto in Italia per aver vinto una borsa di studio in lingue straniere. Per arrotondare e mandare un po’ di soldi alla fidanzata moldava, di sera lavora in una pizzeria e saltuariamente collabora con la questura per l’interpretazione di alcune intercettazioni. Un giorno, la sua tutor lo mette in contatto con Anna Ritter, che ha bisogno della traduzione di un diario scritto in tedesco da suo marito, morto qualche mese prima in un incidente. Da quel momento, Andrei si troverà catapultato in una realtà lussuosa e molto più accattivante della sua modesta vita, a cui resistere sarà pressoché impossibile.

Molte le letture che si potrebbero dare di questa storia che ha, a detta del regista, la diversità come tema centrale. Più che di diversità si potrebbe parlare di ambivalenze, di aspetti inquadrati secondo prospettive apparentemente distanti, ma che in certo senso intendono mostrare la stessa cosa: la profondità della solitudine umana. Anna come donna interrotta in seguito alla morte del marito, Andrei giovane e bello, roso dalle miserie della vita, il commissario simbolo di un mondo marcio e senza pietà: ognuno di questi personaggi è un racconto amaro e profondamente disilluso. Non facile rappresentare tutte le ambivalenze e le complessità che ciascuno di loro possiede; in questo molto fa la scelta degli interpreti che risulta davvero appropriata: ogni attore è credibile nel proprio ruolo, fatta eccezione per Anna Safroncik che, benché calata nella parte, è difficilmente immaginabile come commissario aggressivo e senza scrupoli.

Eppure i personaggi descritti danno contenuto ad una storia che, tuttavia, di per sé non funziona. Un matrimonio rimasto appeso a un filo senza soluzione, una legame che sembra essere d’amore ma che in realtà non lo è, un’amicizia che nasconde lo spettro del tradimento, la polizia che nasconde il seme della corruzione. Tutto è, ma non è, tutto gira in un collage di scene che alla fine sembrano assomigliarsi, senza un particolare slancio in una narrazione piuttosto monotona. Non si può considerare Il traduttore un film vuoto, ma freddo sì. L’emozione a cui spesso ci si appella quando si parla di cinema, non arriva allo spettatore che di conseguenza non viene coinvolto. Probabilmente la colpa è da imputare a una sceneggiatura poco solida, supportata solo da un’analisi approfondita dei personaggi (o un approfondito lavoro sull’interpretazione, difficile a dirsi) ma per il resto poco appetibile. Di certo si tratta di una scelta coraggiosa, ma il risultato è comunque un’opera traballante senza una concreta direzione che lascia più di un punto di domanda allo scorrere dei titoli di coda.

Stefania Scianni

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