ANCHE ALMODÓVAR INVECCHIA. IL MAGISTERO RESTA, MA LA DOPPIA VITA DI “JULIETA” CONVINCE A METÀ

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Al suo ventesimo film in 36 anni, Pedro Almodóvar, classe 1949, una grana recente con i cosiddetti Panama Papers, non sforna il capolavoro che forse molti si aspettavano. “Julieta”, nelle sale dal 26 maggio targato Warner Bros, condensa il famoso “touch”, in bilico tra melodramma raggelato ed echi hitchcockiani, cromatismi saturi e sospensioni emotive, ma lo fa con effetti intermittenti, forse nell’intenzione di spiazzare lo spettatore. Tre racconti della scrittrice canadese Alice Munro, ovvero “Fatalità”,”Fra poco” e “Silenzio”, fanno da spunto al copione firmato dallo stesso Almódovar, e naturalmente, come scrive il critico Matteo Marescalco, «ne esce una quarta creatura che racchiude in sé tutte le ossessioni del regista spagnolo». E cioè: il destino che incombe, figure femminili dalla spiccata sensualità e forza d’animo, uomini che si fanno divorare dagli istinti carnali e tuttavia positivi, fattivi, buoni.
Più che a “Gli amanti passeggeri” del 2013, che era quasi un divertimento, folleggiante, “Julieta” appartiene al mondo femminile di “Tutto su mia madre” e “Parla con lei”: ritratti di donne combattive, sicure di sé, finché le strettoie dell’esistenza non le rendono vulnerabili, esposte alle giravolte del Caso. Per Almodóvar arredi e abiti servono a definire con esattezza il mondo interiore dei suoi personaggi, la musica minacciosa/ debordante di Alberto Iglesias fa il resto, insieme alla struttura classica, a flashback con andirivieni temporale, che rafforza l’impatto emotivo.
Ci sono due Julieta: l’una giovane, interpretata da Adriana Ugarde (voce di Federica De Bortoli); l’altra quasi cinquantenne, interpretata da Emma Suárez (voce di Chiara Colizzi). Si parte dalla seconda. Ancora bella e abbigliata con una tunica rosso fiammeggiante, maneggia una statuetta di bronzo e terracotta che raffigura un uomo nudo seduto col membro in vista. La donna è inquieta, svagata, turbata. Doveva partire per una vacanza in Portogallo, ma rinuncia; invece, come per liberarsi di un fardello insostenibile, si mette a scrivere un’immaginaria lettera alla figlia Antìa. Non la vede, lo scopriremo strada facendo, da tredici anni.
La gioventù prorompente e la maturità rattrappita: in mezzo la vita di Julieta, l’incontro sul treno con un bel ragazzo barbuto, la figlia Antìa concepita per caso e cresciuta con amore, il rapporto col padre pensionato che fa il contadino dividendosi tra la moglie malata e la badante amorosa, la gelosia affettuosa nei confronti della scultrice Ava, infine la morte in mare, dopo un litigio, dell’uomo che pure Julieta amava. Ma Antìa nel frattempo è cambiata: un terribile sospetto la spinge ad eclissarsi nel giorno del suo 18° compleanno, e da allora, dopo averla aspettata, comperando torte per festeggiarla e attendendo lettere di spiegazioni, Julieta non è stata più la stessa. Bella ma ferita nel profondo, come spezzata in due.
«La tua assenza riempie totalmente la mia vita e la distrugge»: è la battuta chiave di “Julieta”, riassume il senso della scorticata esistenza che la donna conduce provando a rimuovere il senso di colpa forse da dividere con altri. Se l’epilogo lascia la porta aperta alla speranza, il film fatica un po’ a coinvolgere, a “prendere” davvero. Avverti il magistero nella messa in scena, la potenza dei riferimenti letterari, il gusto per una stilizzazione estetica utile a raffreddare la materia ribollente e insieme introdurre elementi di geometrica suspense. Però, diciamo la verità, Almodóvar ha fatto di meglio.

Michele Anselmi

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