ALBERTAZZI, NON SOLO TEATRO, DONNE E PASSIONI: BRAVO AL CINEMA CON RESNAIS, IN TV COME JEKYLL-HYDE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Alzi la mano chi, all’epoca bambino o adolescente, non si spaventò di brutto vedendo alla tv quel suo “Jekyll” in quattro puntate. Correva l’anno 1969, le immagini erano ancora in bianco e nero: Albertazzi, con gusto pop misto a echi d’avanguardia, tanta teatralità e un notevole senso del mystery, si divertì ad aggiornare, curando pure la regia, l’immortale romanzo di Stevenson “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”. Capelli biondi in disordine, occhi bianchi con una minuscola pupilla nera al centro, camice da scienziato e gesti folleggianti, il mattatore sussurrava, implorando di essere ucciso con un colpo di pistola da Massimo Girotti: «Lo sento gridare, gesticolare, sghignazzare, ecco perché sono questa cosa a metà, come una formula mancata. Non avrei mai creduto che sulla Terra ci fosse posto per sofferenze e terrori come questi». Sentiva Hyde, l’omicida, fremere dentro di sé; ma anche lui, Jekyll, ormai era conquistato dal Male. Per questo non sopportava neanche più di vedersi allo specchio.
Albertazzi, scomparso a 92 anni a causa di un cuore stanco, non è stato solo un grande uomo di teatro. Anzi, appena poteva tornava volentieri ai suoi amori di gioventù: il cinema e la televisione. Sul piccolo schermo è stato il seduttore Don Giovanni, l’investigatore Philo Vance, il principe Myškin di Dostoevskij, naturalmente il sommo poeta Dante. E sono almeno una trentina i film da lui girati, alcuni di notevole spessore, nell’arco di una sessantina d’anni. Cominciò nel 1951 con “Lorenzaccio” di Raffaele Pacini e finì nel 2011 con “C’è chi dice no” di Giambattista Avellino. In mezzo, titoli come “L’anno scorso a Marienbad” di Alain Resnais, “Eva” e L’assassino di Trotsky” di Joseph Losey, “La nottata” di Tonino Cervi. Soprattutto “L’anno scorso a Marienbad” resta, a suo modo, un capolavoro, esaltato e sfotticchiato, sicuramente datato a rivederlo oggi, eppure destinatario, ex aequo con “La notte” di Antonioni, di un Leone d’oro alla Mostra di Venezia del 1961.
Chi ha cultura cinefila, e magari adora la Nouvelle Vague francese, ricorderà: in un hotel immenso e barocco, forse una clinica di lusso, dove passato, presente e futuro si fondono e confondono, uno Sconosciuto corteggia una donna, Delphine Seyrig, sostenendo di averla già conosciuta, anzi di essersi dati appuntamento proprio lì, un anno dopo. È proprio così o qualcuno sta mentendo? Un esercizio di stile, sofisticato e spiazzante, anche una riflessione estetica sul tempo e la memoria; ma anche prova d’attore per Albertazzi, all’epoca magro e coi capelli nerissimi, di sicuro a suo agio nel ruolo molto internazionale di quel personaggio enigmatico, seduttivo, elegante.
Come capita a tanti bravi attori di formazione teatrale, Albertazzi si trasformava davanti alla cinepresa, perdeva un po’ del birignao da palcoscenico e si immergeva volentieri anche nei generi più popolari. Certo per tirare su dei soldi, pure per il gusto di mettersi alla prova. Commedie come “Ti ho sposato per allegria” di Luciano Salce, polizieschi d’azione come “Mark il poliziotto” di Stelvio Massi, avventure storiche come “Li chiamarono… briganti!” di Pasquale Squitieri. E di nuovo con Squitieri, amico anche nella vita, nel 2003 interpretò “L’avvocato De Gregorio”, cucito addosso al suo fisico di quasi ottantenne, benché lui prese gusto a invecchiarsi ulteriormente sullo schermo per incarnare l’anti-eroe della vicenda: un relitto d’uomo, ridottosi a vivere in uno scalcinato palazzo di Spaccanapoli, che torna in tribunale per rendere giustizia a una giovane prostituta, Nunziatina. «Fortunatamente Albertazzi, capace di passare senza sforzo dalla laidezza al sublime, vale il film e anche qualcosa di più» scrisse il critico Marco Cavalleri. Era così, in effetti.

Michele Anselmi

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