In attesa di un messia musicale, ascoltiamo Morricone

Giuseppe Tornatore sta girando un documentario su Ennio Morricone e ho dato un piccolo contributo con una breve intervista. È stata l’occasione per ricordare parte del mio lavoro al fianco di questo straordinario compositore, avendo avuto la fortuna di avvalermi della sua collaborazione per i miei primi 8 film, da “Escalation” a “Sostiene Pereira”. Purtroppo la nostra collaborazione si è interrotta nel 1997 per un malinteso, il che ha portato dolore a entrambi. Ma non è detto che non possa riprendere. Stiamo parlando di un genio musicale che ha elaborato e portato in vetta la musica per film. La quale non è, come molti degli stessi musicisti ritengono, un genere minore, come non lo è la musica da camera o la musica sacra. In Morricone c’è l’eredità degli autori che hanno fatto grande la storia sonora italiana, da Frescobaldi 1583-1643 a Vivaldi 1678-1741, Donizzetti 1797-1848, Bellini 1801-1835, Rossini 1792-1868,Verdi 1831-1901, Puccini 1858-1924, sino a quello che considera il suo maestro, Goffredo Petrassi.

Rispetto ad altri musicisti che hanno dato emozione al cinema, in Morricone c’è una “nota” in più, che fa la differenza. È la dimensione “etica”, quel suo pensare alla composizione come a qualcosa che non può prescindere dalla morale e che lo distingue da molti autori, che vedono la colonna sonora essenzialmente come fonte di guadagno, vedi il caso dello stesso maestro di Morricone, Petrassi, che pur componendo brani per il cinema non ha mai pensato che fosse “vera musica”. In effetti, Morricone ha compiuto un passo avanti: non più musica intesa come composizione “di servizio”, ma come parte integrante e imprescindibile del film, così come lo è ad esempio la fotografia. Una musica tanto legata alla narrazione, che spesso di alcuni titoli ricordiamo innanzitutto la colonna sonora, ancor prima della trama. È il caso di “Un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, o di “Mission”, dove la musica di Morricone è così perfettamente integrata, da restare nella nostra memoria quasi fosse essa stessa immagine. Lo stesso possiamo dire per la sua collaborazione con Leone. Qualcosa di simile accadeva con i film di Fellini e la musica di Nino Rota, un binomio tanto affiatato da non poter ricordare l’uno senza l’altro.

C’è un erede di Morricone? Al momento non lo vedo e credo che dovremo aspettare. Perché non ci sia, lo spiega lui stesso in un libro intervista uscito di recente (“Ennio Morricone, inseguendo quel suono”, a cura di Alessandro De Rosa, Mondadori, 2016) e di cui raccomando la lettura a chi voglia intraprendere un lavoro nel cinema, nella musica leggera o anche in televisione. Lo spiega, quando avverte che la proliferazione musicale, rivolta preminentemente allo sfruttamento commerciale, sta generando “un appiattimento generalizzato della cultura musicale, dell’ascolto e della comprensione: oggi la si ‘consuma’, e molto spesso non è più di un sottofondo in un negozio” (pag. 246 del libro). Morricone non pensa che “i miscugli e gli intrugli” originati dalla nascita del rock, del pop, del punk, della musica etnica… stiano provocando una sorta di deriva musicale, anzi è convinto che questo gigantesco meltin’ pot, arricchito dalle più ardite innovazioni tecnologiche (vedi l’avvento del digitale), finirà per generare un trend positivo. È però preoccupato che le nuove generazioni, per intenderci i ragazzini che vivono la quotidianità compulsando freneticamente il loro cellulare, rischino di confondere l’alto con il basso, il suono con il rumore, il sublime con il mediocre, facendo la fine degli zombie, come li chiama lo scrittore americano Jonathan Franzen, inorridito che si possano leggere libri, vedere film, ascoltare musica, appiattiti sul monitor del telefonino. Detto ciò, vale la pena riportare un passo del pensiero di Morricone: “A volte penso che ci vorrebbe un grande genio della musica, un ‘messia musicale’ in grado di risvegliare l’umanità, per farle finalmente utilizzare questi preziosi strumenti che ha tra le mani e correre così verso quel potenziale a cui aspira. Ma questo messia non lo vedo in giro, e forse la soluzione non andrebbe cercata ‘fuori’, bensì ‘dentro’ ” (pag. 248 del libro).

Roberto Faenza

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