CASSIUS CLAY, UN ATTORE MODESTO SUL SET, FUORI DAL RING (MA HA ISPIIRATO GRANDI FILM E DOCUMENTARI SU DI LUI)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Be’, basterebbe quella frase che echeggia in “Alì” di Michael Mann, 2001, urlata da Will Smith nel ruolo del pugile, per ricordarci quanto intimamente “cinematografica”, oltre che corposamente epica, fosse la vita di Muhammad Alì, al secolo Cassius Clay: «Non devo essere quello che gli altri vogliono farmi essere e non ho paura di essere quello che voglio». Solo almeno sette, tra documentari e film, i titoli che celebrano l’intensa parabola del campione morto ieri a 74 anni, non tutti belli, ma spesso interessanti, a partire da “Io sono il più grande” di Tom Gries e Monte Hellman, 1977, nel quale Clay, ancora in forma, recitò nel ruolo di se stesso. Non che fosse un grande interprete, vedere per credere la miniserie tv “Freedom Road” del 1979, dove incarna un ex schiavo, tal Gideon Jackson, diventato senatore degli Stati cassius clay in FreedomUniti dopo la Guerra Civile; o nel cammeo in una puntata della soap “Mio amico Arnold”, dove difende il protagonista da un teppistello manesco.
Il meglio di sé lo dava indiscutibilmente sul ring o davanti ai microfoni nelle conferenza stampa, e tuttavia Clay conosceva come pochi l’arte del silenzio e delle sospensioni, del ritmo e della parola. Non a caso Will Smith, durante le riprese di “Alì”, confessò in un’intervista: «Era davvero un attore. Ancora oggi, di fronte a una folla, i suoi occhi si illuminano. Nel diventare Alì, ho provato a restituire il suo senso dell’umorismo, la sua intelligenza, la sua velocità di pensiero».
“Alì”, inteso come film, non resterà forse nella storia del cinema, Mann ha fatto di meglio; e tuttavia in 165 minuti di cine-biografia, il regista di “Heat” azzeccò il respiro giusto per raccontare, piazzando sui titoli di testa una notturna corsa d’allenamento ambientata nel 1964, i dieci anni cruciali della vita del boxeur: dalla clamorosa e inaspettata conquista del titolo contro Sonny Liston allo storico incontro contro George Foreman, scandito dal grido «Alì, boma ye» («Ali uccidilo»), passando per l’amicizia con Malcolm X e l’adesione all’Islam.
Quel film fa tutt’uno, per contrasto, con il tv movie che nel 2013 il britannico Stephen Frears realizzò per Hbo (Sky l’ha rimandato in onda ieri sera): “Muhammad Alì’s Greatest Fight”. Titolo da leggere per antifrasi, giacché, in una chiave teatrale da “La parola ai giurati”, il bel film non mostra quasi mai il grande pugilatore, se non attraverso qualche breve spezzone di repertorio, per concentrarsi sulla complessa battaglia giuridica, tra politica ed etica, che mise l’uno contro l’altro gli anziani giudizi della Corte Suprema americana, chiamati a decidere, dopo il 1966, se interdire Clay dalla boxe e privarlo del titolo appena conseguito avendo egli deciso di non combattere in Vietnam. Ricorderete di certo la sua mitica battuta: «Non ho niente contro i vietcong, nessuno di loro mi ha mai chiamato “negro”».
Poi, naturalmente, non si può prescindere da “When We Were Kings”, ovvero “Quando eravamo re”, il documentario che Leon Gast realizzò nel 1996, ventidue anni dopo il combattimento di Kinshasa, detto “The Rumble in the Jungle”. Nato come una cosa di taglio musicale, si trasformò nel più nitido, ma non agiografico, ritratto del campione già avanti con gli anni alle prese con un avversario più giovane e potente e insieme deciso a trasformare l’evento sportivo planetario in un amplificatore della causa afro-americana.
Era il 1974. Due anni dopo Sylvester Stallone si sarebbe ispirato ad Alì per mettere a fuoco il personaggio di Apollo Creed, l’avversario storico di Rocky, il pugile nero agile e strafottente, molto carismatico, che, appunto, volteggia come una farfalla e punge come un’ape.

Michele Anselmi

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