MA PER I SOCIAL E FACEBOOK IL PULSE NON VALE IL BATACLAN. MENO EMPATIA E COMMOZIONE. STAVOLTA NON SIAMO TUTTI GAY

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per per “il Secolo XIX”

Il vessillo arcobaleno sì, listato a lutto, ma con poca convinzione, soprattutto molte ore dopo il massacro di Orlando, Florida. Bandiere a stelle e strisce? Praticamente nessuna. Eppure quei morti non erano solo gay, bensì persone, lavoratori, uomini e donne, soprattutto cittadini americani. Stavolta lo sfaccettato mondo di Facebook e dei social non ha risposto come per le stragi francesi del 2015, eppure al “Pulse” s’è ammazzato esattamente come al “Bataclan”, in un crescendo di terrore, sequestri, urla, sangue, sventagliate di mitra.
Viene da pensare, per il persistere di uno strisciante o manifesto sentimento omofobo travestito da goliardia politicamente scorretta, che il massacro di Orlando non sia stato percepito, qui in Italia, come un evento terribile per il quale mobilitarsi: con marce, fiaccolate, sit-in, atti di partecipazione personale e collettiva. Evidentemente gli omosessuali fanno meno simpatia. Appena due giorni fa c’è chi ha sfottuto a Roma il “Gay Pride”, definendolo di nuovo solo una “mascherata”; c’è chi continua a parlare di “lobby gay”; chi sostiene che con la legge sulle unioni civili avremmo fatto «un favore ai froci».
La conferma viene appunto da Facebook. «Pensavo stamattina di trovare la bacheca piena di fiocchetti e fiocchettini come le altre volte… Niente. Ho aspettato un po’ e poi ho reagito. La peggiore strage da sempre in un luogo pubblico negli Usa passa così? Non si tratta qui di essere omosessuali, lesbiche, trasgender o quello che si vuole. Basta essere persone. Tutto qua» ha scritto verso le 15 Roberto Giannarelli, regista di cinema e tv, dopo aver postato, davvero tra i primi, la coccarda, con la scritta «We Stand with Orlando», che intreccia i colori della bandiera statunitense e i colori dell’arcobaleno gay. Per il massacro al “Bataclan” diventammo tutti francesi e tricolori nel giro di poche ore, magari anche con un eccesso retorico di identificazione, nella più universale esecrazione; per la strage al “Pulse” tutt’altra reazione, almeno fino ad ora. Appunto nessuna bandiera statunitense, quasi nessuno ha scritto «Siamo tutti americani» (nemmeno «Siamo tutti omosessuali»), nessuno ha postato un video con la canzone “I Will Survive”, da molti anni quasi un inno per gli omosessuali, la commozione è apparsa assai meno diffusa, convinta, transgenerazionale. Eppure si stanno contando 49 morti, più una cinquantina di feriti gravi.
D’accordo, Orlando non è Parigi, la Florida è lontana, la colpa viene in massima parte attribuita alla facilità con la quale l’omicida, Omar Seddique Mateen, ha potuto reperire quel fucile da guerra micidiale e le due pistole Glock. Insomma l’America stessa avrebbe armato quel giovanotto forse affiliato all’Isis o forse no.
Non sarà, invece, che l’omofobia resiste come qualcosa di profondo, sottopelle, insinuante, al parti di certe forme di antisemitismo praticate anche a sinistra? Federico Pacifici, attore certo non sospettabile di pregiudizi, per cultura e sensibilità, anche per aver vissuto a lungo negli Usa, ha condiviso su Facebook la bandiera arcobaleno listata a lutto. Ma poi, in risposta a chi gli faceva notare la mancanza di quella a stelle e strisce, ha precisato: «Uhm, certo, ma sembra che l’atto scatenante la furia omicida sia stato un bacio gay. Il locale era un luogo di incontro gay. La comunità gay è internazionale, gli americani sono americani». Quasi a voler scindere, certo inconsapevolmente, l’omosessuale dal cittadino. Anche se poi ha precisato: «Ma allora dovremmo diventare anche tutti migranti dispersi in mare, quale che sia la nazione di provenienza. Così come dovremmo essere tutte le donne arse vive in Italia e nei luoghi occupati dall’Isis. Non c’è fine a questo dolore. Non sarà una mia bandierina né tante bandierine a porre fine al massacro». Questo è sicuro. Poi c’è chi scrive, come Cinzia Monreale, che non ama le bandiere, e vabbè. O chi, come Adele Vannini, spiega così la differente reazione anche simbolica: «Forse perché in Francia non era mai successo, in America pazzi che vanno in giro a massacrare la gente sono frequenti, come è frequente il possesso di armi! O forse perché, purtroppo, ci abituiamo a tutto?». Forse, ma con l’America a qualcosa di più.

Eppure ha detto lo scrittore Andrew Sean Greer, intervistato dal “Corriere della Sera”: «Mi rendo conto che speso ci dimentichiamo quanto le persone ci odiano. Io vivo a San Francisco, una città che rappresenta una specie di bolla per gli omosessuali. Fuori da lì la comunità Lgbt è ancora bersaglio di odio e violenza». Appunto.
Purtroppo resta molto sottile il confine che separa l’indifferenza dall’ipocrisia, e non sbaglia Giacomo D’Arrigo quando commenta su “L’Huffington Post”: «Quella di Orlando è una strage di ragazzi gay che non ha precedenti. Inutile girarci intorno. L’omofobia è viva e lotta assieme a noi. Anche nella grandiosa America dei diritti dove le coppie omosex possono adottare e sposarsi». E allora? Indigniamoci, esattamente come abbiamo fatto per il “ Bataclan”.

Michele Anselmi

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