ESCE “SEGRETI DI FAMIGLIA”, LA FOTOGRAFIA DI GUERRA COME UN’OSSESSIONE CHE ALLA FINE SPEZZA OGNI RAPPORTO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Battuta chiave: «Ho sempre la sensazione di essere d’intralcio rispetto alle loro abitudini». La sussurra a se stessa Isabelle Huppert, nel sottofinale di “Segreti di famiglia”, il bel film che regista norvegese Joachim Trier, classe 1974, ha girato negli Stati Uniti con soldi non americani. Il titolo originale, preso in prestito da un album degli Smiths, è più suggestivo, evocativo, allegorico: recita “Louder than Bombs”, cioè più forte, fragoroso, delle bombe. Perché la guerra c’entra, eccome, in questa storia familiare costruita attorno alla morte, in seguito a un incidente d’auto che sa di suicidio, di una famosa fotografa, un po’ da agenzia Magnum, abituata a rischiare la pelle su tutti i fronti. Appunto Isabelle Reed, incarnata da una Huppert sempre più smagrita e nervosa, raffigurata qui come “dipendente” dal rischio, incapace di riadattarsi alla vita normale, nella casa in campagna in mezzo al verde dove abita con marito e figli, ogni volta che torna da qualche mattatoio del mondo.
“Segreti di famiglia” è uno strano film, anche spiazzante, doloroso, non convenzionale o prevedibile. La ricerca esasperata di uno stile si avverte dalla prima sequenza, a volte si ha la sensazione che il regista voglia stupire lo spettatore, anche confonderlo, con inserti onirici o allucinati, in un continuo via vai temporale. E tuttavia, una volta risucchiati in questo teorema sulla memoria e l’identità, si fa fatica a uscirne; il film scava in profondità, veicola senza scorciatoie o forzature psicoanalitiche quella che si usa chiamare “elaborazione del lutto”, dentro una narrazione piana e insieme sconnessa.
Non avete capito nulla? La vicenda in breve. Isabelle è morta da tre anni, appunto in un incidente stradale di dubbia natura, ma un suo ex collega di scatti e avventure intende celebrarla con una ricca mostra a New York. Immenso il materiale inedito che giace nell’archivio della fotografa, da anni non aperto. Così il marito Gene e figli Jonah e Conrad sono in qualche modo costretti a fare i conti con quell’omaggio, a riaprire “la partita”. Non che sia facile. Gene è un professore di liceo, anche ex attore di soap, che custodisce qualche scheletro nell’armadio, come un tenero love affair con l’insegnante del figlio quindicenne Conrad, malmostoso e ribelle, chiuso in se stesso, sempre perso nei propri pensieri, incapace di rivelarsi alla ragazza che ama e di parlare col padre, pur vivendo insieme. Jonah ha appena avuto un figlio dalla moglie, dovrebbe essere felice, risolto, in pace con se stesso; invece gli basta rivedere in ospedale, complice un macabro equivoco verbale, una sua ex fiamma e tutto sembra franare. Anche lui, arrivando nella casa paterna per dare uno sguardo al materiale fotografico e prendersi un po’ cura del fratello rabbioso, va in pezzi.
Avrete capito che c’è poco da ridere. Tra dialoghi ulcerati, bugie veniali e sostanziali, rivelazioni imbarazzanti e confessioni scorticate, Trier (nessuna parentela con Lars von Trier) allestisce una sorta di “spogliarello morale” che non rassicura e anzi ogni volta rilancia un’inquietudine; tanto più che l’ex collega di Isabelle, forse suo amante in qualche trasferta pericolosa, ha intenzione di rivelare in un’intervista propedeutica alla mostra quanto Gene ha sempre taciuto al figlio più piccolo: e cioè che la mamma si suicidò… Ma sarà vero?
C’è qualcosa della danese Susanne Bier, specie del suo film “In un mondo migliore”, in “Segreti di famiglia”, anche se il norvegese Trier presto si distacca dal modello, procedendo per suggestioni mentali e flash-back realistici, spesso mischiando i due piani, con l’ambizione, in buona misura riuscita, di raccontare la possibile rinascita di un nucleo familiare frantumato dagli eventi (anche dai silenzi).
Di Isabelle Huppert e Gabriel Byrne s’è detto, i figli sono incarnati da Jesse Eisenberg e Devin Druid, funzionali al clima vagamente minaccioso, al gioco delle ipocrisie e dei non detti. Se lo trovate in versione originale è meglio. Fu in concorso a Cannes nel 2015, distribuisce Teodora dal 23 giugno.

Michele Anselmi

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