ADDIO A BUD SPENCER, NON SOLO CAZZOTTI E FAGIOLI. AVEVA 86 ANNI, CON TERENCE HILL FAMOSO DAPPERTUTTO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

«Tu non devi pensare, sono io quello che pensa» sentenzia Bambino, ossia Bud Spencer, a Trinità, ossia Terence Hill, nel film western di Enzo Barboni che lanciò definitivamente la coppia nell’ormai lontano 1970. Sullo schermo non andava sempre così, qualche variazione era prevista dal copione, anche perché era il Biondo, più estroverso e piacione, di solito ad avere l’idea scaltra, mentre il Grosso, rassegnato e burbero, menava gran sganassoni e basta. Ma certo, già dopo i primi tre western interpretati dai due, tutti diretti da Giuseppe Colizzi, e cioè “Dio perdona… io no!”, “I quattro dell’Ave aria” e “La collina degli stivali”, apparve chiaro che l’accoppiata avrebbe funzionato anche in una chiave più comica, addirittura farsesca, non fosse altro perché la stagione dello “spaghetti western” alla Sergio Leone, feroce e cinico, s’avviava già alla sacrosanta sepoltura.
E pensare, come ha rievocato Marco Giusti nel suo monumentale “Dizionario del western all’italiana”, che solo per una curiosa giravolta del destino i due si ritrovarono a girare insieme. Era il 1967, Colizzi stava per dare il primo ciak in Almeria (Spagna) a “Dio perdona… io no!”, ma Peter Martell, l’attore scelto per formare il terzetto protagonista con Bud Spencer e Frank Wolff, litiga con la sua amante per via di una scappatella con la parrucchiera, dà un calcio al letto e si rompe un piede. Film rinviato? Manco per idea: Colizzi vola a Roma, dove non trova nessuno disponibile (Giorgio Ardisson aveva già detto di no in precedenza), scrittura al volo Mario Girotti e lo porta in Almeria per fargli fare una brutta copia di “Django” col nome anglofono di Terence Hill. Parte da lì, per progressivi aggiustamenti, tutto parte.
Oggi piangiamo la morte di Bud Spencer. Non saprei dire se sia stato davvero un grande attore, ma di sicuro è stato uno straordinario personaggio da cinema: sapeva imporsi come pochi sullo schermo, e non era solo questione di mole, di barba e di voce (per anni ebbe sullo schermo quella di Glauco Onorato prima di provare con la sua, forse meno bella ma altrettanto espressiva). Ha dato anche il nome, lui che l’avevo preso dalla passione per la birra Budweiser e dall’amore per Spencer Tracy, a un duo rock-blues italiano che si fa chiamare appunto “Bud Spencer Blues Explosion”, il che ci fa capire come la sua popolarità, durata nel tempo, sia stata trasversale e transgenerazionale allo stesso tempo. Del resto: alzi la mano chi non ha imitato da ragazzo, si spera per finta, il suo modo unico di dispensare cazzotti e botte in testa. Era un “picchiatore” gentile e clemente, ironico e sdrammatizzante. Uno che perdeva la pazienza solo per finta. Un saggio napoletano.
Poi certo, Bud Spencer non è stato solo fagioli e sberle, il gigante buono con la barba, altrimenti noto come “Piedone lo sbirro”, di tante commedie finto-poliziesche. Ha fatto con Dario Argento “Quattro mosche di velluto grigio”, con Carlo Lizzani “Torino nera”, con Leonardo Pieraccioni “Fuochi d’artificio”, con Ermanno Olmi, in tarda età, “Cantando dietro i paraventi”, ma diciamo la verità: per tutti, stringi stringi, resta l’ex atleta e nuotatore che ha saputo fare della propria mole per nulla sexy un marchio di fabbrica inconfondibile, copiato pure all’estero, perfino negli Usa, dove girò vari film.
L’ultima sua apparizione in tv risale al 2010 con “I delitti del cuoco”, una fiction di Canale 5. L’anno scorso era stato festeggiato a Napoli con una medaglia e una targa per la sua lunga carriera che gli aveva consegnato il sindaco De Magistris a Palazzo San Giacomo, a nome della città. Quella Napoli dov’era nato, quartiere Santa Lucia, il 31 ottobre del 1929.

Michele Anselmi

—————————

Il tema di “Lo chiamavano Trinità…” , scritto da Franco Micalizzi, che Quentin Tarantino ha voluto piazzare nel finalissimo del suo “Django Unchained”

Lascia un commento