ADDIO A MICHAEL CIMINO. CON “IL CACCIATORE” E “I CANCELLI DEL CIELO” RACCONTÒ L’AMERICA FEROCE (UNA VITA TRA TONFI, SUCCESSI E CHIRURGIA PLASTICA)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “Cinemonitor”

Ma che faccia ha Michael Cimino? In molti stentarono a riconoscerlo, nel settembre del 2012, quando venne a alla Mostra di Venezia per mostrare la copia restaurata, versione lunga di 219 minuti, del suo western “I cancelli del cielo”. Sembrava ormai un ragazzino asessuato, dalla faccia porcellanata e deformata dagli interventi di chirurgia plastica, senza più espressione, i capelli di un colore innaturale, la distanza tra base del naso e bocca ancora più accentuata. «Mamma mia, ormai è un mix tra Michael Jackson, Marina Cicogna, Ornella Muti e Sydne Rome» ironizzò una collega cattivella. In effetti Cimino, ufficialmente classe 1939, aveva i tratti di una strana creatura. Magro come un fuscello, efebico, sia pure vestito di jeans dalla testa ai piedi, con tanto di stivaloni western (per poco non scivolava sulle travi dell’imbarcadero) e cappellone Stetson.
Triste e misteriosa parabola di un regista, morto sabato 2 luglio, che aveva costruito la sua fama, anche cinefila, grazie a film di piglio fortemente virile, tutti “al maschile”, sia pure dentro una narrazione che, nei momenti migliori, sapeva intrecciare epica americana, sguardi antropologici e palpiti romantici. A dare la notizia è stato Thierry Frémaux, il direttore del Festival di Cannes, con queste parole: «Michael è morto in pace circondato da chi gli voleva bene e dalle due donne che lo avevano amato. Anche noi lo abbiamo amato».
Di sicuro l’uomo, cresciuto a New York in una famiglia italo-americana piuttosto abbiente, da anni era diventato un enigma. Diceva di esser nato nel 1952, mentre tutte le fonti dicono 1939, di essersi ritoccato i connotati perché non si piaceva e d’essere dimagrito per questioni di salute, di avere una figlia avuta da una lontana storia d’amore. Parlando di sé, aveva spiegato in una celebre intervista a “Vanity Fair”: «Da ragazzo ero un prodigio. Come Michelangelo, che poteva disegnare un cerchio perfetto all’età di cinque anni. Ero estremamente dotato». Modesto.

Eppure ci fu un periodo, specie dopo “Il cacciatore” del 1978, in cui Cimino diventò il regista più corteggiato di Hollywood. I 5 Oscar vinti da quel film dolente e forsennato, che raccontava l’inferno del Vietnam visto dal punto di vista di una piccola comunità di immigrati russi in America, lo lanciarono nel firmamento mondiale. Il film fu il cacciatorecuriosamente stroncato a sinistra, specie da “l’Unità”, benché il senso dell’apologo fosse chiaro: la storia di quei tre soldati prigionieri dei vietcong e del loro traumatico ritorno a casa era il ritratto di un’America incapace di fare i conti con la sconfitta militare. Poi, certo, la trovata della roulette russa, un incubo che scandisce le scene più drammatiche, proiettò “Il cacciatore” dentro un’aura di maledettismo e ferocia. Però che film spiazzante, che potenza di stile, che uso magistrale degli attori (se De Niro era già famoso, si rivela lì il talento di Meryl Streep, Christopher Walken e John Savage).

In un attimo il regista che s’era fatto conoscere nel 1974 con un piccolo film on the road interpretato da Clint Eastwood e Jeff Bridges, il malinconico “Una calibro 20 per lo specialista”, diventò ricco e famoso, tanto da essere assunto dalla United Artists per un affresco western da 44 milioni di dollari che poi l’avrebbe fatta fallire. Eppure “I cancelli del cielo” resta, specie nella versione estesa, un film straordinario, tutto costruito sul volto barbuto di Kris cimino e kristoffersonKristofferson, l’uomo colto e altruista che lascia il mondo aristocratico di Harvard per fare lo scheriffo, il “marshal”, nella lontana contea di Johnson, in un gelido Wyoming, dove una folla di poveri immigrati europei è finita nel mirino dei latifondisti locali. Il “New York Times” parlò «disastro inqualificabile», il pubblico di tutto il mondo disertò le sale, e tuttavia “I cancelli del cielo” non è solo un western atipico che vuole smontare la mitologia del West per raccontare la genesi violenta di un certo capitalismo americano; è anche uno spettacolo per gli occhi, un kolossal in bilico tra ambizioni forse smisurate e folgoranti squarci lirici, tra ossessione e redenzione.

Dopo quel tonfo, clamoroso, Cimino fu condannato a una sorta di esilio, durato cinque anni. Solo nel 1985, grazie al poliziesco sulla mala cinese “L’anno del dragone” interpretato da un perfetto Mickey Rourke ancora non devastato dalla chirurgia plastica, il regista riuscì a risollevarsi dall’oblio, in un rapporto non più facile con Hollywood. Seguirono altri tre film, “Il siciliano” nel 1987, protagonista un inverosimile Christopher Lambert nel ruolo di Salvatore Giuliano; il remake di “Ore disperate” nel 1990 sempre con Rourke; infine, nel 1996, una sorta di sciamanico western contemporaneo intitolato “Verso il Sole”.

Ha detto di lui Oliver Stone, co-sceneggiatore di “L’anno del Dragone”: «Michael non dorme mai. È una personalità ossessiva. È il più “faraonico” dei registi con i quali ho mai lavorato. Il suo sguardo è fisso sul futuro, sulla storia. Non dà importanza alle sottigliezze». Lui che era diventato così sottile nel fisico, quasi trasparente.

Michele Anselmi

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