Largo ai video-teppisti, Grifi e gli altri contro la comunicazione del “potere”

Ci sono ancora i videomaker (parenti prossimi dei filmaker)? Leggendo un interessante articolo, comparso di recente sul Manifesto (“Video-teppismi mon amour storie e forma di lotta”, firmato da Gianlcua Pisoni su Alias-Manifesto, 25 giugno 2016), si direbbe di no. Tutto ebbe inizio negli anni Settanta, quando comparvero i primi videoregistratori portatili. Io stesso sono stato tra i pionieri del nuovo movimento, quando nel 1973 pubblicai un volumetto “Senza chiedere permesso”, diventato in breve tempo una specie di bibbia per i giovani arrabbiati, armati di videotape.

All’imminente Mostra del cinema di Pesaro, si ripercorreranno i cammini di quel movimento, grazie a una lezione di storia, che terrà dal 4 al 6 luglio Federico Rossin, un ricercatore-programmatore di documentari e altro. Il video-teppismo di cui si parlerà è per lo più una rassegna di quel “cinema militante”, diffuso quasi in tutto il mondo, a partire dagli Stati Uniti e poi emigrato in Europa, in primis in Italia, Francia e Germania, che a Pesaro presenterà tre “filmati”: il primo girato tra i lavoratori italiani a Berlino nel 1975; il secondo sui disordini del 1980 a Zurigo; il terzo sul potere mediatico e “la stupidità della televisione” (e aggiungerei “del genere umano”, considerando che la tv la guardiamo tutti). Queste e altre opere che verranno mostrate appartengono a un genere di difficile collocazione, per il quale sono stati coniate varie definizioni, “documentarismo militante”, “pirateria post-situazionista”, “videoladen” (ovvero “video-teppismo”). Difficile risulta anche distinguere gli autori, perché questo movimento si esprimeva per lo più collettivamente, a differenza del cinema d’autore. Si tratta dunque di opere “ibride”, che in Italia si colorarono presto di una visione politica, appunto “militante”, ma non solo, come dimostrano le opere di Alberto Grifi, divenuto l’alfiere di un cinema immerso nel sociale, ma non privo di estetica autoriale. Grifi è scomparso nel 2007 e la sua biografia merita di essere riportata. Cito Wikipedia, a proposito del suo percorso: “Alberto Grifi è stato un regista, pittore e inventore di dispositivi video-cinematografici italiano, considerato tra i massimi esponenti del cinema sperimentale italiano. Esordisce filmando l’opera teatrale Cristo ’63 di Carmelo Bene che però viene censurata e la registrazione, sequestrata dalla polizia, è da considerarsi perduta. Tra le sue opere principali si ricordano Verifica incerta (1964, con Gianfranco Baruchello), film di montaggio che scompone celebri film hollywoodiani suscitando l’entusiasmo di Man Ray, John Cage e Max Ernst; In viaggio con Patrizia (1965), viaggio nella poesia fonetica di Patrizia Vicinelli con musiche di Paolo Fresu; No stop grammatica (1967), evento di 12 ore con una colonna sonora di pezzi di pellicola magnetica distribuiti tra la folla e poi rimontati; Non soffiare nel narghilè (1970), girato nella comune hippy di Terrasini;  Anna (1972-1973, co-regia di Massimo Sarchielli), forse la più celebre delle sue opere, realizzata con il primo videoregistratore portatile open reel da un quarto di pollice arrivato in Italia e presentata nel 1975 al Festival di Berlino, alla Biennale di Venezia e al Festival di Cannes; Michele alla ricerca della felicità (1978), film sulla condizione carceraria commissionato e poi censurato dalla Rai”. La sua biografia è interessante perché induce a capire cosa è stato quel movimento, contestatario nei confronti del conformismo del tempo e finalizzato a proporre una comunicazione alternativa all’odiato “sistema”.

E oggi? Esiste ancora qualche traccia di quel modo di fare un cinema-non cinema? Come dicevo in premessa, si direbbe di no. Ma l’avvento di Internet in qualche modo si potrebbe collegare al desiderio collettivo di trasformarsi da massa in soggetti attivi. Il che, ora come allora, è certamente un bene. Lo provano i blog, i video blog, le webseries amatoriali, gli infiniti autori e scaricatori di youtube e tantissimi altri, il cui solo scopo è dare voce agli individui contro l’assordante megafono della comunicazione del “potere” .

Roberto Faenza

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