The Zero Theorem. Ovvero Gilliam ai tempi dei social e dei videogiochi

Dopo una produzione lunga, piena di interruzioni, sostituzioni e un passaggio al Festival di Venezia arriva nelle nostre sale l’affascinante The Zero Theorem. Rielaborati i vari stilemi della propria filmografia e soprattutto l’idea centrale di Brazil, quella di un futuro distopico che guarda al passato e al presente, Terry Gilliam catapulta il suo impiegato semplice Qohan Leth in una realtà che è chiaramente la nostra, colma di sovrastrutture e tecnologie immersive in second life, realtà virtuali/alternative dove poter sfuggire al proprio vuoto esistenziale.

Se Gilliam si voglia riferire ai social network o al mondo videoludico o ad entrambe le cose, non ci è dato di sapere con precisione perché il nostro protagonista è tutt’altro che un sempliciotto con idee romantiche e la testa fra le nuvole come quello di Brazil. Anzi, si tratta di un antieroe psichiatricamente difettoso che brancola fra apatia e attese illusorie di una telefonata che non arriva mai, dirigendosi verso una incerta fine. Nel frattempo, lavora ad una specie di videogioco ad incastri affidatogli dalla Direzione della sua compagnia, la Mancom, con lo scopo di avere una risposta ad un problema fisico-matematico. Spuntano fuori un ragazzino aiutante e la donzella non in difficoltà Bainsley, che vorrebbero risvegliarlo dalla sua malattia…

La materia trattata da Gilliam in The Zero Theorem è complessa dato che quella a cui Qohan cerca una risposta è la domanda esistenzialmente più scottante. Dio non viene menzionato, eppure la dimora di questo personaggio stranito e agorafobico è un’immensa chiesa sconsacrata con il pavimento a scacchi, piena di telecamere nascoste, una delle quali all’interno della testa di un Cristo in croce. Prima che il film prenda forma concreta, si fa presto a giungere già al suo finale enigmatico, avendo l’impressione di assistere ad un grande giro di giostra nei meandri dei feticci filmografici del regista, tuttavia, senza arrivare a un vero dunque.

L’obbiettivo finale sembra l’arresa, piuttosto che una resa dei conti. Al servizio di questo grande gioco, c’è un budget piccolo, ma sufficiente a rendere il caos nichilistico e da futuro distopico che alberga la mente del suo protagonista (e forse di Gilliam stesso), riempito di tante piccole diavolerie che, alla fine, fanno del film un’esperienza unica. Diverte, ma angoscia anche molto. Gilliam questo lo sa e non ci va per niente leggero. The Zero Theorem è stato dichiarato un fiasco prima del suo arrivo italiano nelle sale in un periodo poco propizio. Speriamo che il pubblico, specie quello affezionato, lo accolga come merita. Anche se molto imperfetto, si tratta di un lavoro encomiabile e Christoph Waltz, che sostituisce l’originario Billy Bob Thornton, è un attore totale, votatosi completamente alla causa di una storia tanto complessa. Da oggi giovedì 7 luglio nelle sale.

Furio Spinosi

Lascia un commento