QUELLE FRASI “ATTRIBUITE” CHE INCHIODANO PER SEMPRE. DA TREMONTI A VOLTAIRE PASSANDO PER ANDREOTTI

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Inchiodati per giorni, mesi, anni, a volte per sempre, a frasi mai dette. Anche smentire non serve, perché il tarlo del dubbio resta lì a corrodere, perché in fondo fa piacere crederci. C’è una battuta, nel finale di “L’uomo che uccise Liberty Valance” di John Ford, che recita: «Qui siamo nel West, senatore. Dove se la leggenda incontra la realtà, vince la leggenda». C’era di mezzo un atto eroico mai commesso, l’uccisione di un bandito, che aveva favorito un’ascesa politica; mentre in Italia la leggenda si applica a materie meno romanzesche, da querelle giornalistica.
E tuttavia, prima o poi, magari bisognerà riconoscere a Giulio Tremonti di non aver mai pronunciato la frase che dall’ottobre 2010 mai più l’ha mollato: «Con la cultura non si mangia». L’ex ministro, che non si perde una tremonticomparsata tv per promuovere il suo libro “Mundus Furiosus” (Mondadori), non è simpatico, e certo la parodia al vetriolo che ne fece Corrado Guzzanti, cogliendo tic verbali e scatti umorali, finì con l’imporsi sull’originale. Però l’esecrata battuta continua ad accompagnarlo dovunque, come una maledizione. Ricordate quanti titoli di giornale, striscioni, sit-in, artisti indignati, quante vignette, cifre snocciolate per contestarla? Tremonti precisa ora al “Sette”: «Una frase che non ho mai pronunciato. In particolare, mentre della frase non c’è, da nessuna parte, alcuna prova o memoria o testimonianza, della smentita c’è stata e c’è invece piena e pubblica evidenza».
In effetti è così. In risposta allo spazientito collega Sandro Bondi, allora ministro ai Beni culturali, Tremonti avrebbe scandito in privato: «Vorrei rammentare all’amico Sandro che in tutta Europa stanno tagliando i fondi alla cultura. È molto triste, una cosa terribile. Ma vorrei informarlo che c’è la crisi, non so se ne sia accorto: non è che la gente la cultura se la mangia». Avrebbe. E comunque la frase, solo attribuita, suona già diversa da come fu poi trasformata in tormentone polemico.
D’altro canto, nell’era del retroscena spinto, tutto è opinabile. Anche perché i politici scalpitanti amano alzare il tiro, spararle sempre più grosse, e qualche volta non sono solo battute dette “ai suoi” (basterebbe pensare al minacciato “lanciafiamme “ di Renzi sul suo Pd). Un tempo non era così. Pensate a Giulio Andreotti, uomo felpato e di curiale ironia: tutti lo associamo all’acuto aforisma «Il potere logora chi non ce l’ha», che però non fu coniato da lui, bensì dal francese Talleyrand (1754-1838). Lo stesso Talleyrand che si vide scippare un’altra delle sue frasi storiche, «La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali», attribuita sia a Georges Clemenceau sia a Winston Churchill. E che dire del banchiere Enrico Cuccia? Arguto e taciturno, enigmatico e ricurvo, viene spesso riassunto nel detto «I voti si pesano e non si contano». Non è farina del suo sacco, viene dal “Demetrius” di Friedrich Schiller.
La verità? Basta mettere in moto la memoria o più agevolmente Internet per trovare decine di frasi mai dette, quantunque volentieri attribuite. La più usurata: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla voltairemorte il tuo diritto di dirlo». Quante volte l’abbiamo fatta risalire a Voltaire nei nostri discorsi? Mai la pronunciò o scrisse. Venne coniata oltre un secolo dopo la sua morte da Evelyn Beatrice Hall, saggista nota con lo pseudonimo di Stephen G. Tallentyre, per una biografia del filosofo intitolata “The Friends of Voltaire”.
Eppur ci si sbaglia. Uno dice Galileo Galilei e torna alla memoria, appunto, il suo «Eppur si muove!» detto al termine dell’abiura di fronte al tribunale dell’Inquisizione. Ma non si trova in alcun documento ufficiale. Il primo ad averla menzionata fu il cronista Giuseppe Baretti, che ricostruì la triste vicenda per il pubblico inglese in un’antologia pubblicata nel 1757, “Italian Library”.
Albert Einstein resta uno dei più bersagliati, a lui si fanno risalire citazioni frettolose o frasi mai dette. Come questa, inventata nel 1994 dagli apicoltori francesi: «Se l’ape scomparisse dalla faccia della Terra all’uomo non resterebbero che quatto anni di vita». In compenso l’azzeccato calembour «O Roma o Orte», coniato per sfotticchiare la mussoliniana Marcia su Roma, esiste davvero: solo che a coniarlo non fu Leo Longanesi bensì Mino Maccari.

Michele Anselmi

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