PAOLO VIRZÌ FA L’AMERICANO E SI METTE “ON THE ROAD”. UN’ALTRA PAZZA GIOIA? MA STAVOLTA SONO DUE ANZIANI IN FUGA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Prima o poi ci cascano tutti. Difficile, giunti a un certo punto della carriera, resistere alla tentazione di girare un film negli Stati Uniti. È successo a Bernardo Bertolucci, Gabriele Muccino, Paolo Sorrentino, per dire i migliori, per un pelo non accadde a Cristina Comencini; adesso è la volta di Paolo Virzì. Reduce dal notevole successo di “La pazza gioia”, quasi 6 milioni al botteghino italiano pure essendo uscito a metà maggio, il regista livornese darà in Georgia il primo ciak, il 25 luglio, al suo progetto più costoso e impegnativo: “The Leisure Seeker”. Una storia on the road tratta dal romanzo di Michael Zadoorian edito in Italia col titolo “In viaggio contromano” (Marcos y Marcos). Cast stellare, con Donald Sutherland ed Helen Mirren nei panni dei due stagionati protagonisti scappati da casa su un vecchio camper del 1978, un budget da quasi 15 milioni di euro, nove settimane di riprese, attori anglosassoni, lingua inglese, ma apparato tecnico tutto italiano: Luca Bigazzi alla fotografia, Massimo Cantini ai constumi, Carlo Virzì alle musiche, Jacopo Quadri al montaggio.
«Spero di essere all’altezza di fare un film con due attori così. Posso dire che sarà un’altra fuga dall’ospedalizzazione» anticipò a Cannes Virzì, riferendosi a “La pazza gioia”, senza aggiungere altro. A dirla tutta, non è la sua prima avventura americana, nel lontano 2002 ebbe i suoi guai con “My Name is Tanino”, finito nel tracollo economico di Vittorio Cecchi Gori, con la troupe rimasta senza paga tra New York e Toronto, il materiale girato sotto sequestro (e camper genericotuttavia fu quel film a rivelare il talento di Rachel McAdams, adesso un’attrice che conta a Hollywood). Oggi, però, Virzì va sul sicuro: è stimato all’estero, ha la fiducia di Raicinema, che investe quasi 4 milioni sul progetto, può addirittura avvalersi alla voce sceneggiatura, insieme a Francesca Archibugi e Francesco Piccolo, del romanziere americano Stephen Amidon, lo stesso da cui trasse “Il capitale umano” in salsa italiana insieme a Francesco Bruni. Sarà utile non solo per i dialoghi in inglese.
Sul tema, diciamo la verità, i modelli statunitensi si sprecano, da “Harry & Tonto” con Art Carney al remake di “Stanno tutti bene” con Robert De Niro, da “A proposito di Schmidt” con Jack Nicholson a “Nebraska” con Bruce Dern, ma qui a mollare tutto per l’ultimo viaggio è una coppia sposata da mezzo secolo, piuttosto male in arnese. “The Leisure Keeper”, suppergiù “Chi cerca il tempo libero”, è il nome di un mitico camper della Winnebago molto in voga negli Usa benché australiano; ma è chiaro che suona anche come una metafora esistenziale, un dolce esorcismo, un dichiarazione poetica. Perché nel film i due stagionati protagonisti, inventati dall’autore con riflesso autobiografico, si mettono in viaggio da Boston verso Disneyland lungo la dorsale Est, nel romanzo invece percorrono la trasversale Route 66 partendo da Detroit, con il semplice scopo di scappare da tutto per vivere l’inatteso che resta.
Non è la prima volta che Sutherland e Mirren recitano insieme, c’è chi li ricorda in “Bethune: il mitico eroe” di Phil Borsos, 1990; ma qui li ritroveremo alquanto invecchiati per motivi di scena, resi ottuagenari, a un passo dal congedo. John, infatti, è un anziano professore in pensione da cinque lustri, colto e vivace, ma sfibrato dall’Alzheimer, spaventato all’idea di finire all’ospizio. Ellen è viva per miracolo, le metastasi la stanno divorando, ma raccoglie le ultime forze, si toglie per orgoglio la parrucca e convince il marito, che la ama pur non ricordando il suo nome, a mettersi in viaggio. Alla faccia dei due figli Will e Jane, dei consigli di medici e paramedici, delle analisi da fare e dei rischi da affrontare. Destinazione? La morte, naturalmente. «I chilometri ci strappano ai nostri vecchi sé. La mente è sgombra, cala il dolore, si dissolvono le ansie…» sospira Ellen, mentre osserva lo smemorato John alla guida del camper. Un viaggio dentro se stessi, per sbriciolare i “non detti” di una vita, incluso un lontano tradimento, pure un modo per rimettersi in gioco all’ultimo round.
Sostiene Virzì: «Quella di Zadoorian, così densa di umanità ed emozioni, non è solo una storia americana. Parla universalmente di vita, di amore, del trascorrere del tempo, della malattia, della forza e della fragilità dei legami familiari». E ancora: «Quali temi, mi sono chiesto, sono più attuali dell’Alzheimer e del cancro, dell’eutanasia, dell’eredità morale ed affettiva che lasciamo ai nostri cari dopo la morte?». Il tutto, s’intende, trattato alla maniera di Virzì: con una punta di tenerezza e ironia miste a leggerezza. A suo modo, un’altra pazza gioia?

Michele Anselmi

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