Se vince Trump, c’è da aver paura

Sono sgomento: esco da una sala di doppiaggio e un attore americano mi confessa che dopo aver votato due volte Obama ora sceglie Trump. “Perché detesto Hillary, fredda, calcolatrice, odiosa”. Resto ancora più sorpreso quando al telefono con New York sento la stessa dichiarazione da parte di un amico sceneggiatore che ha firmato alcune delle serie americane più famose. E’ sempre stato un liberal,  qualche anno fa organizzava le manifestazioni di Occupy Wall Street. “Almeno Trump è divertente ed è capace di sconvolgere il mondo e poi sono sicuro non sarebbe peggio della Clinton”. Che la prima donna candidata alle presidenziali non sia un esempio di simpatia è fuori dubbio, ma arrivare a preferirle un candidato razzista, maschilista, estremista… e chi più ne ha più ne metta, non è troppo? Specie se scelto da elettori che non hanno mai votato per i repubblicani.

Il guaio è proprio qui: Donald Trump non è un repubblicano e infatti il partito ha fatto di tutto per non farlo arrivare alla nomination. Che animale è? A mio avviso un personaggio impossibile da etichettare, un politico che non è un politico, un miliardario che se ne frega di buttare al vento milioni di dollari per una campagna su cui nessuno avrebbe scommesso un solo cent. Questo la dice lunga sul letargo dei media e di tutta la stampa non solo americana, che non ha saputo prevedere l’uragano e ora si trova a divulgare sentenze, senza spiegare cosa rappresenti davvero l’uomo dal ciuffo rosa. Un uomo capace delle più strampalate assurdità, però così “sapienti” da infiammare milioni di elettori, non solo teste calde, ma rappresentanti dei ceti medi e finanche della tradizione democratica. Sono i delusi dell’amministrazione Obama, i quali, invece di riconoscere che è stato un buon presidente, gli rimproverano di avere lasciato a metà le riforme. E’ vero, non è riuscito a mettere in atto tutto il suo programma e gran parte della stessa popolazione nera da lui si attendeva di più. Però non per questo si può dare il voto a  uno che vorrebbe un fucile in ogni casa e in ogni scuola, pronto a fare fuoco contro gli immigrati, i neri e i latinos, solo perché hanno la pelle di un altro colore.

Il successo di Trump sta nell’essere il prodotto di una nuova forma di società dello spettacolo. Quando appare in televisione gli indici di ascolto schizzano, gli spettatori si divertono, ridono, applaudono. Quando invece appare Hillary, gli indici scendono. Non importa il programma, non conta il buon governo, non interessano i problemi veri. Gli spettatori vogliono lo spettacolo e più spettacolare del nostro candidato non c’è nessuno. Più le spara grosse, più crescono i proseliti. E’ come assistere a un match di pugilato o a una partita di rugby. Chi se ne frega di quello che pensa il nostro campione, basta che picchi più forte o lanci la palla più lontano. E’ sufficiente osservare com’è iniziata la convention di Cleveland. Arredata con le scenografie di Disneyland, la platea non ha nulla di reale, è piuttosto un cartoon dai colori abbaglianti, che ricorda personaggi di pura fantasia, com’è il ciuffo del candidato. E che la ragione non conti, lo prova il dietro le quinte. Che importa se Melania, la moglie del candidato, ex modella di origini slovene, salita sul palco sappia solo balbettare e scopiazzi il discorso elettorale di Michelle Obama? L’importante è il suo sorriso ammiccante, l’abito firmato, la scollatura osè. Così l’applauso è garantito. Quando poi arriva il marito di cartapesta, nessuno sente il bisogno di un discorso. Parla per lui la grande paura. La paura del terrorismo (senza ricordare chi lo ha fomentato), la paura degli immigrati, delle sparatorie per strada, dei cecchini che mirano alla polizia, dei cinesi, del dollaro instabile, dell’Europa pasticciona, della Russia che si riarma, per non dire degli omosessuali equiparati ai pedofili.

Il New York Times di martedì ha titolato così: “It’s Donald Trump’s Convention. But the Inspiration? Nixon”. In parte è vero e lo dichiara lo stesso candidato, quando evoca i tristi tempi del “law and order”, allorché Richard Nixon regnò incontrastato sino alle dimissioni per lo scandalo del Watergate. Della brutalità dell’America di Nixon, posso offrire una testimonianza diretta, quando nel 1970, trovandomi a insegnare a Washington, D.C., venni brutalmente malmenato e gettato per tre giorni e tre notti in una specie di lager a cielo aperto (lo stadio della capitale), solo per avere pacificamente dimostrato insieme a tanti contro i bombardamenti in Vietnam. Quei tempi per fortuna sono alle spalle, ma di cosa possa essere capace Trump nessuno lo sa. E’ questo che allarma, se venisse eletto: non sapere cosa pensi davvero, al di là di qualche proposta incendiaria. E l’impreparazione dei media, che non sono stati capaci di scavare a fondo, non rassicura. Come pure terrorizza l’idea che il codice segreto della valigetta nucleare possa capitare tra le mani di un presidente, il quale in una giornata di eccessi potrebbe premere un tasto, credendo di aver premuto il joystick di un videogioco.

Roberto Faenza

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