UN CUBO ROSSO SULLA MOSTRA DEL CINEMA. LA PAROLA D’ORDINE È SOBRIETÀ, MA SENZA ESAGERARE. ITALIA UN PO’ SOTTOTONO?

La Mostra di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

 

Tutto come sempre al Lido di Venezia nel giorno della vigilia. Del resto, perché dovrebbe andare diversamente? Il direttore Alberto Barbera e il presidente Paolo Baratta rilasciano interviste a raffica; i cronisti spremono come un limone la madrina delle serate d’apertura e di chiusura, stavolta la sofisticata attrice Sonia Bergamasco resa improvvisamente celebre da una colorita parte comica accanto a Checco Zalone in “Quo vado?”; i quotidiani locali, come “Il Gazzettino”, titolano sugli sconti praticati “last minute” dagli albergatori, di solito alquanto esosi, al pari dei ristoratori, per prolungare la stagione turistica e fare il tutto esaurito nei due fine settimana della 73ª Mostra del cinema. Che parte ufficialmente domani sera, mercoledì 31 agosto, con la consegna del Leone d’oro alla carriera al polacco Jerzy Skolimowski (sarà Jeremy Irons a consegnarlo) e con l’anteprima mondiale del musical in competizione “La La Land” di Damien Chazelle.
Però, ad essere onesti, una novità c’è, ben visibile: l’enorme cubo rosso, ovvero la nuova Sala Giardino da 450 posti nata sull’enorme voragine ricoperta di cemento, a coprire l’amianto venefico trovato, che per anni ha oltraggiato lo spiazzo antistante il vecchio Casinò. L’effetto è gradevole, anche per l’azzeccata tonalità vermiglia in linea con il colore dominante, non necessariamente politico, della Mostra. D’altro canto, sembrano lontane le stagioni delle polemiche ideologiche, spesso gratuite e preconcette, quando i ministri ai Beni culturali centrodestra mal sopportavano una naturale autonomia della Biennale dalla politica governativa.
L’ha ricordato lo stesso Baratta in un’intervista al “Corriere della Sera”, spiegando con malizia elegante: «C’è stato qualche crampo nello stomaco, ma da quando ho scelto in piena autonomia Alberto Barbera come direttore si avvertono poco. In passato ho avuto problemi con qualche ministro, ma se fossero intervenuti verso la direzione avrei alzato i tacchi come feci nel 2001. Ho vissuto la fragilità della politica, sia di destra (per l’ossessione di dare un Leone d’oro a un italiano) che di sinistra (per il cinema autoriale)».
Gioverà ricordare che i ministri in questione, cioè coloro che hanno creato “problemi” a Baratta, sono nell’ordine Giuliano Urbani, Sandro Bondi e Giancarlo Galan, tutti e tre di Forza Italia. Il primo fece fuori il direttore Barbera un anno prima che terminasse il suo prima mandato; il secondo se la prese per il verdetto emesso dalla giuria diretta da Quentin Tarantino e giurò che, da allora in poi, avrebbe “messo becco” nella faccenda; il terzo non rinnovò la fiducia a Baratta per rimpiazzarlo con il pubblicitario della casa Giulio Malgara (poi la crisi del governo Berlusconi fece fallire l’operazione). Tutto dimenticato. Baratta è al suo quarto mandato non consecutivo da presidente e nessuno può scalzarlo, l’attuale ministro Dario Franceschini è qui a lanciare in pompa magna «una nuova iniziativa per promuovere le presenze nelle sale cinematografiche italiane», perfino il governatore Zaia e il sindaco Brugnaro fanno il tifo per il presidente vicino al centrosinistra. Il quale, procurando un certo dispiacere ai festivalieri, ai cronisti e ai vip locali, in segno di lutto e solidarietà nei confronti delle popolazioni colpite dal terremoto ha ragionevolmente annullato la cena di gala e il ricevimento sulla spiaggia di fronte all’Excelsior che tradizionalmente suggellano l’inaugurazione della Mostra.
La parola d’ordine sembra essere: sobrietà. Ma quanto durerà? Già si vocifera di una superfesta qui al Lido con Mel Gibson, e altre ne seguiranno, nel cuore sontuoso di Venezia. Di sicuro “la cittadella” della Mostra è più controllata degli ultimi anni dalle forze di polizia, anche se per ora non sono tornati i metal detector.
Quanto ai film, a parte la pre-inaugurazione di martedì 30 con la versione restaurata di “Tutti a casa” di Luigi Comencini, ogni previsione rischia di essere smentita dai fatti. Dice Barbera, cercando di individuare un filo rosso: «Mi pare di poter notare questo. I cineasti, facendo finta di parlare d’altro, usando “filtri” come il western, la fantascienza, la letteratura, in realtà continuano ad affrontare i grandi temi della contemporaneità: filosofici, esistenziali, etici». Suona bene. E naturalmente, ricorrendo ad aggettivi come «sorprendente», «visionario», «sconvolgente», il direttore promette la Mostra perfetta, capace di colmare quella che definisce «la trincea progressivamente scavata tra cinema d’autore e cinema popolare, una dicotomia che speravamo di esserci lasciati alle spalle da molto tempo». Invece pare di no.
In ogni caso, facendo di necessità virtù, il direttore biellese, confermato fino al 2020, ha potuto pescare con una certa libertà nella produzione mondiale, rafforzando i legami con Hollywood e quindi con gli Oscar, punendo un po’ le cinematografie asiatiche forse in crisi creativa, puntando di nuovo sulla galassia sudamericana che dà segni di ripresa. L’Italia, come si sa, è rappresentata in concorso da un terzetto di film: “Spira Mirabilis” della coppia D’Anolfi e Parenti, “Questi giorni” di Giuseppe Piccioni, “Piuma” di Roan Johnson. Un documentario filosofico sui temi dell’immortalità il primo, un racconto di formazione “on the road” il secondo, una commedia sulla maternità e la paternità il terzo. Non era pronto purtroppo “La tentazione di essere felice” di Gianni Amelio; mentre altri film pronti, come quelli di Daniele Vicari, Francesco Bruni e Michele Placido, hanno preso la più rassicurante strada della Festa di Roma.
Difficile che venga fuori un Leone d’oro per l’Italia. Sarà antipatico ricordarlo, ma vinciamo il massimo premio – dal 1954 a oggi è sempre andata così, senza eccezioni – solo quando c’è una giuria presieduta da un italiano. Quest’anno c’è l’inglese Sam Mendes.

Michele Anselmi

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