LA MOSTRA ESAGERA: TRE FILM IN GARA IN UN GIORNO WENDERS INUTILE, VILLENEUVE E CIANFRANCE COLPISCONO

La Mostra di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

 

Sembra d’essere tornati alle Mostre-maratona di Marco Müller. Tre film in concorso in un solo giorno non saranno troppi? Sì, specie se uno di questi è “Les beaux jours d’Aranjuez” di Wim Wenders, regista di tedesco di culto, ormai più bravo a fare le pubblicità per gli occhiali da sole che i film con gli attori. Non a caso l’hanno soprannominato “Bollito alla veneziana” (copyright di Mariarosa Mancuso), e in effetti la nuova cine-creatura conferma la regola.

Fuggi fuggi di colleghi alle proiezioni per la stampa, anche solo dopo una ventina di minuti, a dimostrazione che la leggenda wendersiana vacilla; nonostante l’uso “artistico” del 3D per dare profondità e movimentare l’impianto teatrale del film, desunto da un testo scritto in francese dal drammaturgo austriaco Peter Handke. Insieme i due non collaboravano dai tempi del “Cielo sopra Berlino” e di sicuro non è un caso che “Les beaux jours d’Aranjuez” parta con “Perfect Day” di Lou Reed, usata come pretesto, dopo una serie di cartoline parigine, per introdurre lo spettatore in un’elegante villa di campagna. La canzone, selezionata nel vecchio juke-box Wurlitzer posto all’ingresso, lascia il campo a un drammaturgo tedesco in crisi creativa. L’uomo, bloccato di fronte alla macchina per scrivere, non sa da dove partire; così, complice l’estate calda e la brezza gentile, inventa due personaggi seduti al tavolo sotto la veranda verdeggiante, lui vestito di blu e con i baffetti alla maniera di Handke, lei vestita di rosso arabescato con sciarpa gialla. «Chi comincia?» fa l’uomo, al che la donna dà inizio al “dialoghetto estivo”, che ambisce ad essere profondo e leggero allo stesso tempo, e invece risulta solo noioso.

aranjuez

«Raramente è stata messa in evidenza in modo così chiaro la natura della differenza tra uomini e donne, e quanto essi divergano per aspettative, aspirazioni e visioni del passato» spiega Wenders. In realtà il “duello” tra Sophie Semin e Reda Kateb risulta solo verboso, neanche così poetico o spregiudicato nonostante il gran parlare di sesso e qualche citazione in latino  (magari uno sguardo ai “dialoghi” di Leopardi avrebbe giovato), in definitiva un pretesto per un esercizio di stile un po’ alla maniera dello scomparso Manoel de Oliveira. Col drammaturgo, incarnato da Jens Harzer, che ogni tanto si ferma, poi riprende, infine commosso, mentre i due personaggi cominciano a vivere di vita propria approdando a verità illuminanti. Del tipo: «Non c’è amore felice». Per allungare il brodo fino a 97 minuti, il regista di “Alice nelle città” ogni tanto fa partire il suddetto juke-box (la versione scelta di “Man of Constant Sorrow” grida vendetta per quanto è brutta); e a sorpresa fa apparire l’amico Nick Cave che intona al pianoforte una ballata d’amore.

Pagato lo scotto al regista da festival, Venezia 73 per fortuna s’è risollevata con gli altri due titoli in competizione: “Arrival” del franco-canadese Denis Villeneuve e “The Light Between Oceans” dell’americano Derek Cianfrance, entrambi desunti da testi letterari, nel primo caso il racconto lungo “Story of Your Life” di Ted Chiang, nel secondo il romanzo “La luce sugli oceani” di M.L. Stedman (impossibile trovare il nome per esteso della scrittrice).

“Arrival”, a partire dal titolo, proietta lo spettatore nella fantascienza ramo alieni, ma più “Incontri ravvicinati del terzo tipo” che “Independence Day”. Il regista, ormai stabilmente a Hollywood dopo “Sicario”, dice che lo spunto viene dall’assioma degli antropologi Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf, in base alla quale lo sviluppo cognitivo di ogni essere umano è influenzato dalla lingua che parla. In altre parole, dice il regista, «la lingua può cambiare la nostra percezione della realtà».

Vero o falso che sia, “Arrival” ipotizza lo sbarco sulla Terra di dodici misteriose e gigantesche astronavi extraterrestri a forma di uovo scuro tagliato a metà in verticale. Perché sono arrivati? Vengono in segno di pace o per distruggerci? Nello stallo che si crea, mentre la tensione internazionale cresce e la Cina vorrebbe bombardare le strane “creature” a guisa di enormi polipi eptapodi, gli americani ingaggiano la linguista Louise Banks e il matematico Ian Donnelly, ovvero Amy Adams e Jeremy Renner, affinché riescano a stabilire un contatto “verbale” con gli alieni.

Una parola. Ma alla fine ci riusciranno, nel modo più imprevedibile. Dimenticare le note musicali della mitica sequenza spielberghiana, qui il thriller fantascientifico si colora di grigio, di presagi funesti e di palindromi rivelatori, in un crescendo avventuroso segnato da un grave lutto patito dalla giovane donna (così almeno pare e ci fermiamo qui). Il film bluffa un po’ ma non bara, e comunque inchioda allo schermo per 116 minuti, mischiando le regole canoniche del genere, potenziate dagli effetti speciali, con una certa profondità “filosofica” fornita dal copione di Eric Heisserer.

Va più sul classico, in una chiave di melodrammone tra fosco e romantico, “The Light Between Oceans”, che ci trasporta sull’isoletta di Janus, estremo lembo dell’Australia occidentale, sul finire della Prima guerra mondiale. Incipit meraviglioso: nel 1918 il baffuto ex ufficiale britannico Tom Sherbourne, tornato tutto intero dal mattatoio europeo, si isola da tutto e da tutti accettando di fare il guardiano del faro su quella brulla roccia. L’uomo è taciturno, ferito nell’animo, onesto quanto anaffettivo. Ma nel paesino dall’altra parte della baia c’è una giovane donna, Isabelle, con la quale Tom intreccia una rapporto epistolare che sfocerà in un matrimonio. Come novelli Adamo ed Eva i due si sistemano sull’isola, sicuri di bastarsi, ma l’uno dopo l’altro la donna perde per aborto spontaneo i due figli tanto attesi. Finché una barchetta alla deriva, spinta dalla tempesta, non consegna ai due guardiani del faro il cadavere di un uomo e una bambina appena nata. Tom, fedele al mandato ricevuto, vuole informare le autorità; Isabelle, impazzita per la doppia mancata maternità, convince il marito a farla passare per loro figlia naturale. Col nome di Lucy. Solo che la bambina ha una madre, figlia dell’uomo più ricco della cittadina, e per Tom sarà l’inizio di un devastante dilemma morale.

Rigoroso ed epico, “The Light Between Oceans” intreccia la furia del mare e il furore delle passioni; non c’è “l’effetto Matarazzo”, qualcuno ha parlato ingiustamente di “soap”, ma certo l’incedere degli eventi e delle menzogne crea un clima un po’ da “Cime tempestose”. Michael Fassbender, perfetto specie col baffo, ricorda un po’ il giovane Burt Lancaster; le due donne “rivali” segnate dal destino sono Alicia Vikander e Rachel Weisz. Averle, in Italia, attori e attrici così.

Michele Anselmi

Lascia un commento