IL GIOVANE PAPA DI SORRENTINO QUASI COME UNA ROCK-STAR MA IL FILM PIÙ BELLO E TOCCANTE È “FRANTZ” DI OZON

La Mostra di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

«Dio, aiutami a espiare tutto il male che dovrò fare per salvare la Chiesa» scandisce il potente cardinale Voiello, ovvero Silvio Orlando con finto neo sulla guancia, nell’ultima scena dei primi due episodi di “The Young Pope”. Quelli mostrati in anteprima alla 73ª Mostra veneziana, naturalmente fuori concorso, in un clima di flebile entusiasmo alle proiezioni per la critica e nel tripudio invece di applausi alla conferenza stampa e nel pomeriggio in Sala Grande. Serie ambiziosa e fastosa, in dieci puntate, che Sky manderà in onda dal 21 ottobre. L’antipasto era molto atteso, perché Paolo Sorrentino ormai è il vero Divo della situazione, ben più del protagonista Jude Law al quale sono rispuntati magicamente i capelli.
Dopo l’Oscar per “La grande bellezza” il regista partenopeo può fare ciò che vuole, e certo ne è passato di tempo, circa tre lustri, da quando portò qui al Lido in una sezione minore il suo film d’esordio “L’uomo in più”. Ssicuro di sé, Sorrentino pratica l’understatement ironico negli interventi pubblici e anche nel suo cinema: levigato assai, costruito in buona misura per aforismi arguti, situazioni buffe, personaggi eccentrici e trovate visive di sicuro effetto. “The Young Pope”, ovvero il giovane Papa, porta in tv, in una dimensione lunga di dieci ore, pregi e difetti dei suoi film, ma non ci sono dubbi sul fatto che sarà un successo.
«I segni evidenti dell’esistenza di Dio. I segni evidenti dell’assenza di Dio. Come si cerca la fede e si perde la fede. La grandezza della Santità, così grande da ritenerla insopportabile» scrive il regista sulle note di regia. Suona bene, ma significa poco. Per questo, sottoposto a una domanda sulle possibile reazioni della Chiesa, risponde così: «È un problema del Vaticano, se avranno la pazienza di vederlo. Da parte mia non ci sono sterili provocazioni. È un lavoro che indaga, con onestà e curiosità, le contraddizioni, le difficoltà e le cose affascinante del clero, in particolare di un prete diverso dagli altri, che appunto diventa Papa».
D’accordo, ma che tipo di pontefice è questo quarantenne americano di nome Lenny Belardo che ascende al soglio col nome di Pio XIII? “Progressista” e comunicatore come Francesco o “conservatore” ed erudito come Ratzinger? Sappiamo che è giovane, bello, fumatore, dal fisico sexy, poco dedito al cibo, gran consumatore di Cherry Zero Coke, anche edonista e vanitoso, con lontane esperienze sessuali, cresciuto in un orfanotrofio dopo essere stato abbandonato da due genitori hippy forse scappati a Venezia. Non doveva essere lui ad essere eletto, bensì il suo maestro e tutore cardinale Spencer, infuriato come una bestia; ma ora che è diventato Papa, il giovanotto si mostra tutt’altro che docile e condizionabile, come invece sperava chi concentrò su di lui il voto dei cardinali. Governare gli piace, rimette in riga le gerarchie, licenzia e rimuove, nella crescente apprensione appunto dello scaltro segretario di Stato, il quale non capisce bene chi di fronte.
Perché Pio XIII esita a pronunciare il primo discorso in pubblico? Perché sceglie di apparire dal balcone con il viso in ombra, a nascondersi volutamente ai mass-media? Perché arringa la folla dei fedeli, sconcertati mentre il cielo si fa gonfio di pioggia, urlando frasi come «Quando troverete Dio forse troverete me»?
“Created and direrected by Paolo Sorrentino”, il film è sorrentinismo puro. Infatti si parte con un sogno-incubo nel quale un bambinello nudo gattona su centinaia di bambolotti di gomma per poi salire e ritrovarsi in un’onirica piazza San Marco. E si prosegue tra sketch pungenti, suore che giocano a pallone, canguri in Vaticano, cardinali tentati dalle rotondità della Venere di Willendorf, riferimenti a Roth e Salinger, Fellini e Kubrick, pure Daft Punk e Mina oltre che Higuain prima che tradisse il Napoli per la Juve. Viene perfino riesumata, volgendola al maschile, la frase «Mi fanno male i capelli» di un film di Antonioni.
Strada facendo, ne siamo certi, la serie tv si arricchirà di colpi di scena, personaggi femminili, trame vaticane e controffensive papali, ma per ora “The Young Pope” lascia un senso di insinuante vaghezza. Sarà perché il bozzetto spiritoso vince sul dilemma etico, i temi della Fede non sono neanche lontanamente accennati, resta l’immagine di questo giovane pontefice che si comporta da capricciosa rock-star, nascondendosi sdegnosamente al suo popolo forse per moltiplicare il proprio carisma nel mito dell’invisibilità? Jude Law, che fa Pio XIII un po’ alla maniera del giovane Terence Stamp, è servito da un notevole cast internazionale (si parla perlopiù inglese) nel quale spiccano Diane Keaton, James Cromwell, Javier Cámara, Cécile de France, i nostri Toni Bertorelli e Silvio Orlando.

frantz

La legittima curiosità attorno a “The Young Pope” ha finito con l’oscurare un po’ i due titoli in gara, cioè il franco-tedesco “Frantz” e l’olandese-britannico “Brimstone”. Specie il primo (uscirà in Italia con Academy Two) conferma la vena di François Ozon, cineasta eclettico e colto, capace di rinnovarsi ogni volta. Qui un poco noto film di Lubitsch del 1931, “Broken Lullaby”, offre lo spunto per un melodramma post-bellico girato in bianco nero, con qualche mirato inserto a colori alla maniera di “Heimat 2”. Come in “The Light Between Oceans” si parte dal 1918, subito dopo la fine della Grande Guerra. In una cittadina tedesca la ventenne Anna porta ogni giorno dei fiori sulla tomba (vuota) del suo promesso sposo Frantz, morto in battaglia. E proprio lì la ragazza trova raccolto in lacrime un giovane francese, elegante e timido, di nome Adrien, che confessa di aver frequentato a Parigi il coetaneo tedesco. Perché è venuto, sapendo di provocare la reazione della piccola comunità scossa dai lutti e di sentimenti antifrancesi? E che cosa nasconde dietro le pietose bugie che racconta ai genitori di Frantz, sulle prime diffidenti e poi rincuorati?
Il film, sottile e profondo, anche toccante, è una riflessione sul potere curativo e insieme devastante della menzogna. Resi complici da un sentimento amoroso che sembra nascere, Anna e Adrien mentono per ragioni diverse, crederanno di trovare nel suicidio un antidoto alla sofferenza (c’è di mezzo un dipinto di Manet), infine lei si metterà alla ricerca dell’uomo scomparso da Parigi senza lasciare tracce di sé.
Parlato in tedesco e francese, “Frantz” ha un andamento quieto e insieme doloroso, la ricostruzione d’ambiente è accurata, e soprattutto colpisce, per naturale intensità, la prova dei due giovani interpreti: la tedesca Paula Beer e il francese Pierre Niney. Specie lei sfodera una grazia che la giuria dovrebbe premiare.

brimstone

Poco da dire invece sul western “Brimstone”, firmato dall’olandese Martin Koolhoven e girato, per risparmiare, nei Paesi Bassi. La religione come mix di violenza, perversione e follia è il tema della storia, divisa in quattro quadri di sapore biblico (Apocalisse, Exodus, Genesi, Castigo). Tutto ruota attorno alla fiera ribellione di una ragazza muta inseguita da un sadico reverendo con cicatrice sul viso: suo padre. L’ambientazione western, tra colori lividi, chiese di campagna e bordelli disumani, è solo un pretesto per impaginare, con ingegnosa struttura temporale, una vicenda di rara e sanguinaria crudeltà, a tratti insostenibile. Forse Tarantino apprezzerebbe, ma i due protagonisti, Dakota Fanning e Guy Pearce, hanno fatto di meglio nella loro carriera.

Michele Anselmi

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