MAUPASSANT FA A PEZZI LA FIABA DISTOPICA SUI CANNIBALI. “TOMMASO” VEDE NUDO PENSANDO UN PO’ (FORSE) A MORETTI

La Mostra di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Bersagliato per alcune scelte del concorso, specie alla voce Italia, il direttore Alberto Barbera confessa di non leggere i giornali, almeno per ora. Più tardi si vedrà, con calma. A suo modo, fa bene: lui difende la selezione, spiegando che ogni titolo è stato preso a ragion veduta. Nel caso dell’Italia, dice, non erano pronti i film dei cosiddetti maestri, sicché s’è voluto puntare sulla varietà delle proposte. Resta da vedere “Questi giorni” di Giuseppe Piccioni, poi si potrà fare una valutazione più ragionata della presenza tricolore.
Intanto la 73ª Mostra prosegue all’insegna di una trasversalità programmatica, quasi a dirci che tutto può essere “film da festival”, al di là di una certa nozione classica. Molto in linea col cinema d’autore è certamente “Une vie” del francese Stéphane Brizé, cinquantenne apprezzato per il suo scabro “La legge del mercato” del 2015. Qui Brizé porta sullo schermo in un formato all’antica, quasi quadrato, il primo romanzo di Guy de Maupassant, “Una vita”, pubblicato a puntate nel 1883. Lo fa con un rigore estetico estremo, sulle prime un po’ arduo per lo spettatore; ma presto si capisce che l’osservazione minuziosa dei piccoli gesti, nell’assenza quasi totale di musica, s’intona al punto di vista, che poi era anche dello scrittore. In sostanza, lo sfondo naturalista si muta in determinismo fisico, le azioni, anche le più banali, come il lavoro nell’orto, sono descritte nella loro materialità, lasciando al lettore/spettatore il compito di coglierne la dimensione simbolica.
«La vita, vedete, non è mai tutta buona o tutta cattiva, come si dice» è la frase, presa dal romanzo, che suggella l’epilogo del film. Nei precedenti 120 minuti abbiamo assistito alla “vita” di Jeanne, giovane aristocratica appena tornata dagli studi in un collegio religioso. Siamo nel 1819, in una Normandia rurale e post-napoleonica, nella quale la piccola nobiltà non si nega a piccoli lavori materiali. Jeanne è timida, innocente, disarmata, naturalmente vergine. Il matrimonio con un visconte del luogo, Julien, si muta quasi subito in incubo, appena Jeanne scopre quanto l’uomo sia arrogante e gretto, avaro e soprattutto infedele. Finirà male, ucciso da un marito cornificato, ma nel frattempo è nato un figlio, Paul, che cresce viziato e ribelle, ancorché coccolato. E sarà una seconda botta per lei, che dovrà indebitarsi negli anni, fino a vendere il palazzo avito e quasi tutte le fattorie, per finanziare le scellerate imprese londinesi di quell’unico erede.
Il freddo degli inverni, la durezza delle malattie, l’impoverimento progressivo: “Una vie” racconta lo scorrere delle stagioni e degli eventi attraverso una progressione temporale suggerita per quadri, senza didascalie o spiegazioni. Sta qui il fascino malinconico di questo ritratto femminile inciso sul volto e sul corpo di Judith Chemla, appunto Jeanne, secondo il regista «una creatura meravigliosa, rara, perché la sua mente è priva di secondi fini». Il suo fascino, la sua condanna.
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Tutt’altro che rassegnata è invece l’eroina di “The Bad Batch”, ovvero “Il lotto difettoso”, firmato da Ana Lily Amirpour, regista americana specializzata in storie toste e d’azione, infatti l’hanno già definita “la Quentin Tarantino in gonnella”. Trattasi, come piace dire oggi, di “fiaba distopica”, che attinge a un certo immaginario cinematografico che sta tra “Mad Max”, “El Topo” e “1997: fuga da New York” e “The Road”, ma senza riferimenti post-apocalittici.
the bad batchMarchiata con un numero, una ragazza bionda in short, top e cappello da baseball viene inoltrata in un’assolata regione del Texas che è una specie di prigione a cielo aperto, tutta carcasse di aerei e baracche di latta, destinata a reietti di cui liberarsi senza spesa. Magari l’idea piacerebbe a Donald Trump.
In ogni caso, Samantha viene subito rapita dagli abitanti di Bridge, che sono cannibali e quindi le tagliano un braccio e metà gamba per cuocerli alla brace. Pur malridotta, lei riesce a scappare e arriva a Comfort, presunta città dei “buoni”, dove almeno non si cibano di carne umana. Però lì governa uno strano predicatore marzullesco che teorizza sciocchezze del tipo: «Non puoi entrare nel sogno se il sogno non entra in te» (e intanto ingravida le sue amazzoni alla Gheddafi dotate di mitragliette). Scelta dura per la ragazza, peraltro inseguita da un energumeno cubano che vuole recuperare la figlioletta scomparsa.
Un po’ western psichedelico, un po’ “splatter pulp”, il film prova a estrarre dal genere usurato qualche spunto originale, in chiave di romantica metafora sulla diversità. Se la protagonista Suki Waterhouse, amputata al computer, ha il fisico del ruolo, l’interesse del film risiede perlopiù nella partecipazione amichevole di divi come Keanu Reeves, Jim Carrey e Giovanni Ribisi, tutti irriconoscibili o quasi.
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Si riconosce benissimo, invece, Kim Rossi Stuart, che porta fuori concorso, a dieci anni da “Anche libero va bene”, il suo secondo film da regista. “Tommaso” il titolo definitivo (ne sono girati altri due), e il manifesto spiega già tutto, essendo una variazione della celebra caricatura di Freud con in testa un corpo nudo di donna. Lo stesso pensiero ossessiona Tommaso, incarnato da un Kim Rossi Stuart nei panni di un attore di successo svogliato e irrisolto, «avvitato ironicamente su se stesso». Autobiografia sfrenata e tommasotemeraria? «In Tommaso ho riversato pezzi consistenti di me stesso, c’è sicuramente una cifra introspettiva, ma non è un film autobiografica» spiega l’attore-regista.
Tra “Vedo nudo” e “Sogni d’oro” (ma l’interessato preferisce «tra Ingmar Bergman e Ben Stiller»), “Tommaso” svela le peripezie sessuali e amorose di un maschio quarantenne indeciso a tutto. «Dobbiamo cercare il bambino smarrito nel tuo subconscio» raccomanda uno psicoterapeuta da farsa; e intanto Tommaso, come una versione psicotica del Bertrand Morane di “L’uomo che amava le donne”, molla la fidanzata storica Chiara, maltratta la candida Federica e infine finisce nelle braccia rischiose della burina Sonia. Jasmine Trinca, Cristiana Capotondi e Camilla Diana sono le tre giovani donne messe a nudo, non metaforicamente.
C’è anche un sogno felliniano nel film, prodotto da Carlo Degli Esposti come “Piuma”, che esce nelle giovedì 8 settembre, cioè subito. Kim Rossi Stuart fa di Tommaso un personaggio esagitato e immaturo, con tratti morettiani, e nell’incipit forse esagera un po’ per toni di voci e gestualità. Poi la commedia trova una sua cifra più coerente, pur nell’alternanza rischiosa di buffo e tragico. Probabile lo sfottò critico, però la cronaca registra applausi anche alla proiezione per la stampa.

Michele Anselmi

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