A VENEZIA IRROMPE LA STORIA CON “JACKIE” E “THE JOURNEY”. MALICK LA PRENDE ALLA LONTANA: RACCONTA LA CREAZIONE

La Mostra di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Il miglior attore non protagonista della 73ª Mostra? John Hurt, peccato che non sia prevista una Coppa Volpi per quella categoria. L’immenso attore britannico, classe 1940, già “Elephant Man” sotto il mascherone, ha sconfitto un tumore al pancreas e si produce ora in due comparsate meravigliose: sia in “Jackie” di Pablo Larraín, in concorso, sia in “The Journey” di Nick Hamm, fuori concorso. Hurt fa quasi sempre la differenza, anche se appare per pochi minuti. Basterebbe vederlo in “Jackie”, dove incarna un vecchio prete chiamato a dare l’estremo saluto al presidente John Fitzgerald Kennedy, sepolto nel cimitero di Arlington il 25 novembre 1963. Il suo colloquio con la first lady rimasta vedova è tra le cose più intense di un film per altri versi sfocato, monocorde, bombardato di musica inutile. «La sera, mettendomi a letto al buio, mi chiedo: Dio, è tutto qui?» confessa il sacerdote a Jackie, a suggerire che il senso della vita sta nel rimettersi ogni mattina in moto, magari preparando il caffè, provando a reagire. Che è esattamente quanto farà la donna discussa e ammirata, odiata e amata, ambigua ed elegante, chissà quanto sincera nel confessare: «Non ho mai voluto la celebrità, sono solo diventata una Kennedy».
Tra i titoli più attesi della Mostra, “Jackie” è il primo film girato in inglese del cineasta cileno di “El Club”, assai coccolato dai cinefili e qui alle prese con una produzione quasi hollywoodiana, non fosse altro per la presenza di Natalie Portman nei panni della famosa donna che, neanche cinque anni dopo la morte di JFK, avrebbe sposato l’armatore Aristotele Onassis in uno strascico di polemiche e sospetti.
E tuttavia, nel ricostruire i quattro giorni cruciali che vanno dall’attentato di Dallas del 22 novembre 1963 al funerale nella cattedrale di St. Matthew a Washington, Larraín offre di Jackie un ritratto sfaccettato, fatto di chiari e scuri, ma sostanzialmente positivo: come di donna capace di governare quel lutto planetario, eternando la leggenda del marito-presidente che pure la tradiva allegramente.
La cornice è l’intervista concessa in esclusiva a un giornalista poco malleabile, quasi un duello a fil di spada: da lì si dipartono ricordi, confidenze, andirivieni temporali, fino alle ore terribili di Dallas, con Jacky che rifiuta di togliersi il famoso tailleur rosa macchiato di sangue, quasi a farne una sorta di doloroso memento. Dignitosa e fiera, Jacky scombina i protocolli, impone le sue scelte, trasformandosi essa stessa in icona quando apre il corteo funebre, il velo nero sul viso, accanto ai due piccoli figli.
Più dimenticabile, semmai, è il film, pur accolto dagli applausi dei critici. Pablo Larraín è già asceso a venerato maestro, ma “Jackie” divaga un po’, sparge molte lacrime e non spiega più di tanto il segreto di questa donna così imitata e temuta, emblema di glamour, di eleganza occidentale. Non a caso il “London Evening Standard” avrebbe scritto: «Jacqueline Kennedy ha dato al popolo americano una cosa che gli era sempre mancata: la maestà».
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John Hurt, ringiovanito dal parrucchino, è perfetto anche in “The Journey”, dove è un lungimirante alto ufficiale del Mi5, servizi segreti interni. Va in scena un altro pezzo di storia tragicamente vera; la guerra civile in Irlanda. Quanti film abbiamo visto sul tema? Infiniti. Spesso belli, quasi sempre feroci. Jack Hamm sceglie una strada diversa: partendo da fatti reali, immagina come andò il viaggio inatteso tra i due arcinemici storici che mai s’erano voluti parlare, cioè il predicatore protestante Ian Paisley e il the-journey-previewcombattente cattolico Martin McGuinness. Siamo nel 2006, in un albergo scozzese dove il premier Tony Blair ha convocato le due delegazioni per siglare finalmente l’accordo di pace. Le posizioni sono ancora distanti, il match si preannuncia duro. Ma ecco entrare in campo il “fattore umano”. Paisley vuole tornare a Belfast per festeggiare i 50 anni del suo matrimonio, l’unico modo è prendere un jet privato messo a disposizione da alcuni industriali; e proprio su quel volo chiede di poter salire, a sorpresa, il più giovane McGuinness.
Ambientato in buona misura sul furgone che trasporta i due verso l’aeroporto, “The Journey” è un sottile corpo a corpo dialettico tra i due storici avversari, e insieme un’avvincente prova d’attori. Timoty Spall vs Colm Meary, ovvero il capo anti-papista che tuona citando la Bibbia e l’ex bombarolo dell’Ira che non disdegna la birra. L’odio è antico, purissimo, a causa dell’enorme tributo di sangue pagato da entrambe le fazioni; e tuttavia i due stanchi guerrieri sanno che l’accordo non è più rinviabile, bisogna solo imparare a parlarsi, a rispettarsi, a guardarsi negli occhi.

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A proposito di viaggi, la prende parecchio più alla lontana Terrence Malick col suo “Voyage of Time: Life’s Journey”, documentario tra il cosmologico e il filosofico presentato in concorso tra gli applausi dei devoti. Di fronte agli ultimi film del cineasta texano di “La rabbia giovane”, continuo a pensare quanto scrissi all’epoca di “Tree of Life”: nella prima mezz’ora ti chiedi quando inizia il film, nella seconda ora e Voyage-of-time-film-2016-480x384mezza quando finisce. Qui per fortuna il tutto dura 90 minuti, e certo rispetto a “Spira mirabilis” siamo su un altro pianeta, benché si parli della Terra dalla sua formazione, all’incirca 14 miliardi di anni fa.
La sinfonia visiva richiede una particolare pazienza contemplativa; e naturalmente Malick propone immagini di intensa suggestione, di assoluta bellezza: alcune filmate dal vero, altre create al computer. La storia del globo è resa attraverso un tripudio di lave, papilli, cascate, nuvole, foreste, cellule, creature, meduse, pesci, dinosauri, fino alla nascita dell’uomo, che certo non s’è risparmiato in fatto di scempi e orrori. Però Madre Natura sa sempre come rigenerarsi, e quindi…
La voce fuori campo di Cate Blanchett scandisce frasi del tipo: «O vita, creatura di te stessa», «O madre chi sei tu?», «Che mondo è questo? Il bue ucciso, la bambina abbandonata, la ferita». I produttori parlano «di esperienza filmica nuova e immersiva, di viaggio sensorio». Tutto vero, e chi ironizza parlandone come di una variazione di “Quark” dice una sciocchezza. Però che fatica.

Michele Anselmi

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