IL PARADISO NON È DI QUESTA TERRA PER KONČALOVSKIJ. PICCIONI CITA MILTON PORTANDO LE SUE RAGAZZE A BELGRADO

La Mostra di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Si parla di Paradiso alla Mostra, ma non bisogna prendere alla lettera il titolo del nuovo film di Andrej Končalovskij, regista russo capace ogni volta di sorprendere e rinnovarsi. A due anni dal notevole “Le notti bianche del postino”, premiato qui al Lido, il quasi ottantenne cineasta torna appunto con “Paradise”, e lo spiazzamento, rispetto al precedente, è totale. «Il mio film riflette su un ventesimo secolo carico di grande illusioni sepolte sotto le rovine, sui pericoli della retorica dell’odio, sul bisogno degli esseri umani di usare la potenza dell’amore per trionfare sul male» scrive Končalovskij. Un po’ generico, ma vedendo il film, in concorso, si capisce meglio il senso di questa cupa allegoria girata in bianco nero, con formato quasi quadrato, dedicata a quei russi che contribuirono a salvare gli ebrei dallo sterminio.
Sì, perché “Paradiso” ci riporta negli anni atroci della Seconda guerra mondiale, cucendo insieme le vicende di tre personaggi uniti dal caso. Paul è un ipocrita poliziotto collaborazionista nella Francia occupata dai nazisti; Olga è una principessa russa arrestata a Parigi per aver cercato di nascondere due bambini ebrei; Helmut è un alto ufficiale nazista delle SS che teorizza la cosiddetta Soluzione finale. Končalovskij li presenta separatamente allo spettatore, quasi fossero sottoposti a una sorta di interrogatorio filmato da una cinepresa. Infatti indossano tutti e tre la stessa camicia, il montaggio delle testimonianze è volutamente sconnesso, vien da pensare ad un possibile processo per colpe da scontare. Non è così, siamo da un’altra parte, di fronte a una sorta di giudice supremo, come presto capiremo seguendo le tragiche vicende che legano i loro destini tra il 1942 e il 1945.
“Paradise” svela un po’ alla volta, per antifrasi, il titolo che propone, addirittura ricorrendo a frammenti della “Divina Commedia”, ma alla voce Inferno, III canto. «Lasciate ogne speranza, o voi ch’intrate» sentiamo infatti scandire in italiano quando ormai l’azione s’è spostata dentro un lager nazista. Dove arriva destinata alle camere a gas, dopo aver provato a sedurre lo sbirro francese nel frattempo giustiziato dai partigiani, la principessa russa: un tempo bella e sessualmente spregiudicata, oggi smagrita e ridotta a succhiare la brodaglia come un animale. Lì Olga ritrova Helmut, il tedesco che la corteggiò una decina di anni prima a Villa Mancini, gioiosa residenza toscana sul mare, ballando al suono di “Parlami d’amore Mariù”. Allora il giovanotto aristocratico parlava il russo e leggeva Checov, adesso è uno zelante esecutore delle direttive hitleriane, anche se qualcosa sembra turbarlo…
Se si può discutere la scelta di riprodurre la “vita” nel lager secondo moduli estetici già ampiamente consumati (e comunque inadeguati rispetto alla sostanza atroce della Shoah), di contro Končalovskij imbastisce una storia universale, di forte caratura metaforica e insieme suggestiva nel ritrarre miserie e grandezze, viltà e trasalimenti dei tre personaggi. Resi con ammirevole bravura dalla russa Julia Vysotskaya (moglie nella vita del regista), dal francese Philippe Duquesne e dal tedesco Christian Clauss.
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A suo modo si parla di Paradiso anche nel terzo e ultimo titolo italiano in concorso, non fosse altro perché è il “Paradiso perduto” di John Milton, citato nell’incipit come summa di una certa condizione umana, a introdurre le protagoniste di “Questi giorni”. A cinque anni da “Il rosso e il blu”, il regista ascolano Giuseppe Piccioni, classe 1953, torna con un film che è insieme cine-romanzo di formazione e road-movie, sia pure secondo i canoni estetici a lui cari: tempi rarefatti, interstizi emotivi, silenzi eloquenti, dialoghi randagi, commenti sonori evocativi.
Alla base c’è un romanzo di Marta Bertini, “Color betulla giovane”, che Piccioni trasporta sullo schermo, insieme a Pierpaolo Pirone e Chiara Atalanta Ridolfi, per raccontare lo strano viaggio da Gaeta a Belgrado di quattro ragazze in età universitaria. Caterina è il motore della vicenda. Ombrosa e autosufficiente, probabilmente lesbica, ha deciso di raggiungere la capitale serba perché una certa Mina piccionile ha trovato un posto da cameriera in un grande albergo. Tre sue amiche, annoiate e irrisolte allo stesso tempo, l’accompagneranno in quel viaggio, ciascuna portando con sé un bagaglio di densa infelicità: la disincantata Angela è stufa di un fidanzato distratto, la confusa Anna s’è scoperta incinta e non sa più bene cosa fare, la malinconica Liliana porta con sé un doloroso segreto personale che non ha nascosto perfino alla madre parrucchiera, troppo preoccupata di piacere agli uomini.
Il viaggio come una prova per misurarsi con se stesse, come antidoto a un presente carico di promesse e già gravido di delusioni. L’incontro con due ragazzi serbi in campeggio suscita l’insofferenza di Caterina, l’arrivo a Belgrado non sarà divertente come immaginato. Maria Roveran, Marta Gastini, Laura Adriani e Caterina Le Caselle sono le quattro ragazze, abbastanza ben assortite; mentre appaiono in partecipazione speciale Margherita Buy, Filippo Timi e Sergio Rubini.
Avverte il regista: «Mi piacerebbe che le vicende di queste ragazze dicessero qualcosa che riguarda i nostri giorni, ma senza cadere nel facile sociologismo. Si può dire qualcosa di più vero, di più preciso sull’oggi senza flirtare con l’attualità, e senza nemmeno cadere nella rappresentazione stereotipata dei comportamenti giovanili». Il film, in sala dal 15 settembre con 01-Raicinema, ci prova, ma lascia una strana sensazione di incompiutezza, di sfocato languore, nonostante la frase che sigla il tutto: «In questi giorni non è successo niente, ma è cambiato tutto».

Michele Anselmi

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