“IO, HITLER E MUSSOLINI IN QUELLE GIORNATE DEL 1938”. QUASI UN DOCU-THRILLER IL FILM DI CARIA SU BANDINELLI

La Mostra di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Avrebbe meritato una sala più grande, almeno per la proiezione destinata al pubblico, “L’uomo che non cambiò la storia” di Enrico Caria, una sorta di “docu-thriller”, così lo definisce il suo autore, presentato dalla Mostra insieme alle Giornate degli autori. Romanziere, cineasta, giornalista satirico e sceneggiatore, il napoletano Caria si è divertito a ricostruire il famoso e sciagurato viaggio di Hitler a Roma, nel maggio del 1938, organizzato da Mussolini per sigillare il patto italo-tedesco, da un punto di vista del tutto particolare: quello dell’archeologo e studioso d’arte Ranuccio Bianchi Bandinelli (1900-1975).
È lui l’uomo evocato nell’ironico titolo, e del resto, anche se la materia è seria, il documentario adotta uno stile frizzantino, perfino canzonatorio, utilizzando con cura ottimo materiale di repertorio messo a disposizione dall’Istituto Luce dentro un montaggio che intreccia disegni, riprese odierne, tanta musica (forse troppa) curata da Pivio, più le voci di Stefano De Sando e Claudio Bigagli, e naturalmente ampi brani del libro “Hitler e Mussolini. 1938: il viaggio del Führer in Italia” scritto dallo stesso Bandinelli. Il quale, per chi non sapesse, fu studioso d’arte romana e greca, tra i padri dell’archeologia moderna, oltre che membro prima del Partito d’azione e poi del Pci.
Perché incuriosisce la sua versione dei fatti? Perché, neanche quarantenne ma già stimato, fu ingaggiato dal regime per accompagnare il Führer e il Duce, a guisa di interprete e cicerone, durante quei fatidici giorni. Difficile negarsi, così, pur in odore di antifascismo, il professore accettò di vestire in orbace, con tanto di camicia nera e stivaloni, per spiegare ai due odiati dittatori le bellezze artistiche italiane.
Sono pungenti, argute, ben scritte le annotazioni psicologiche di Bandinelli su Hitler e Mussolini; l’elemento thriller, se tale vogliamo chiamarlo, consiste nella torsione che Caria imprime al suo film, immaginando il professore alle prese con un ipotetico complotto per uccidere i due tiranni. Specie il capo nazista, che rimase solo con lui, per pochi ma decisivi minuti, all’interno del Pantheon romano. Non pensate a Tarantino e ai suoi “Bastardi senza gloria”, alla storia riscritta sul grande schermo. Nella realtà, Bandinelli, bloccato da una sorta di comprensibile inazione di fronte allo sguardo di Hitler, nulla fece quel giorno. Né, forse, avrebbe potuto. Però due anni dopo, come da lui previsto, scoppiò la Seconda guerra mondiale. (Nella foto: Ranuccio Bianchi Bandinelli mentre parla con Hitler e Mussolini).

Michele Anselmi

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