KUSTURICA? LA SOLITA ZUPPA, MA MONICA BELLUCCI RISCATTA UN PO’ IL FILM. FUGA DI MASSA DAL FILIPPINO CHE DURA 4 ORE

La Mostra di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Vedrete che qualche giornale, domani, titolerà “Kusturica contro la Nato” o qualcosa del genere. Ma francamente non sta qui il problema di “On the Milky Road”, suppergiù “Sulla via lattea”, in senso concreto e metaforico. Ha impiegato anni il regista serbo-croato, classe 1954, a terminare questo film, forse il suo più faticoso e tormentato; e dopo averlo visto qui in concorso alla Mostra, ultimo titolo in lizza prima della premiazione di domani, sabato 10 settembre, si capisce perché. Il giovane regista di Sarajevo che nel 1981 spiazzò tutti al Lido col suo “Ti ricordi Dolly Bell?”, aggiudicandosi subito il Leone d’oro per il miglior esordio, è ormai un pallido e fracassone fantasma di se stesso. Da tempo non ha più niente da dire, se non vivere di una certa aura da cineasta maledetto tendente all’alcolico, un po’ musicista rock e un po’ ammiratore di Putin, sempre scapigliato e arruffone. Magari non è vero che Cannes abbia rifiutato “On the Milky Road”, e tuttavia, nonostante gli applausi militanti alla proiezione mattutina per la stampa, ci si chiede se il regista crede davvero a ciò che afferma nelle interviste, quando spiega: «Mi piace pensare a questo film come a una fiaba moderna sviluppatasi a partire da vari strati della mia vita». Bisogna diffidare delle “fiabe moderne”, al cinema, perché la formula sa di contenitore buono per tutti gli usi; certamente, in questo caso, utile a riciclare con fragoroso manierismo alcuni arcinoti cliché: le trombe, le fisarmoniche, le gag velocizzate, la sanguigna voracità degli slavi in fatto di cibo e sesso, i falchi, le capre, i serpenti, le oche che s’immergono nel sangue di un maiale appena sgozzato, la natura che resiste alle offese della guerra, gli spari per aria, le donne sfrenate.
“Tratto da tre storie vere e molta fantasia” avverte una scritta sui titoli di testa. Eccoci così di nuovo paracadutati nella guerra civile che insanguinò l’ex Jugoslavia. Kosta, cioè lo stesso Kusturica in veste d’attore, è un sopravvissuto che ogni mattina attraversa la linea del fuoco, a cavallo di un asino e “protetto” da un ombrello, per rifornire la sua guarnigione di latte. Le pallottole sembrano magicamente risparmiarlo, una giovane e sensuale ragazza vuole sposarlo, il conflitto sembra stia finendo. Ma una misteriosa donna italiana, cioè Monica Bellucci, entra prepotentemente nella sua vita. Promessa in sposa a un “eroe” guercio da un occhio che sta per tornare, la “straniera” custodisce un ambiguo passato; un generale dei Caschi Blu è finito in carcere per lei e ora l’uomo la rivuole indietro, viva o morta. Sicché, benché sia scoppiata la pace, tre killer delle squadre speciali arrivano nel borgo in festa per regolare i conti con la svergognata e distruggere tutto. Il lattaio e l’italiana, salvi per miracolo, scappano inseguiti dal terzetto, e il film si trasforma in una lunga caccia verso la speranza.
«Ci vuole un lieto fine» teorizza Kusturica per bocca del suo personaggio. Non andrà proprio così, ma l’epilogo, ambientato tre lustri dopo quegli eventi, è la cosa più azzeccata del film, perché introduce un elemento di meditazione spirituale in un clima spesso inutilmente fasullo e survoltato, tra botti, lanciafiamme e poetiche farfalline. Il regista, come attore, è quello che è: poco espressivo e un po’ vanitoso. Molto meglio la prova della nostra Monica Bellucci, che parla per tutto il film la lingua locale (a parte quando intona “La più bella del mondo” di Marino Marini), si sottopone alle ruvidezze d’azione della fuga e sfodera una bellezza calda e protettiva in linea con la vicenda ultra-romantica.

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La sofferenza vera è arrivata con “Anghe babaeng humayo”, pressappoco “La donna che partì”, il torrenziale film del filippino Lav Diaz. Regista caro ai cinefili e oggetto di un discreto culto festivaliero, Diaz pratica la pezzatura lunga, arrivando a far durare le sue storie anche 8 ore, come nel recente “A Lullaby to the Sorrowful Mistery” passato a Berlino pochi mesi fa. Con questo nuovo s’è fermato a 226 minuti, cioè quasi 4 ore, e molti critici, incluso il sottoscritto, si sono arresi con largo anticipo rispetto alla fine.
Non che Diaz difetti di stile, per composizione dell’immagine e uso degli attori, e tuttavia il suo è un cinema estenuante, punitivo, quaresimale, difficilmente commestibile. Qui lo spunto è fornito, molto alla lontana, da un racconto di Tolstoij, “Dio vede la verità ma non la rivela subito”, un titolo che, sia detto senza ironia, si può applicare anche al regista. Il quale procede per lunghe sequenze a camera fissa, praticamente senza montaggio o campi e controcampi, all’interno delle quali si muovono i rari lav-diazpersonaggi in bianco e nero.
«Spesso siamo succubi e travolti dalla casualità della vita» spiega Diaz a proposito della sua “eroina”, Horacia Somorostro, che si vede riconosciuta innocente dopo aver scontato ingiustamente trent’anni di carcere per un crimine mai commesso. Siamo nelle Filippine del 1997, un Paese scosso da rapimenti a scopi di estorsione, dove i ricchi vivono blindati nelle loro ville o circondati da guardie del corpo. In prigione la molto cattolica Horacia aveva trovato una ragione di vita, amata da tutti per il suo carattere mite e la disponibilità ad aiutare il prossimo. Fuori, invece, si sente un po’ sperduta, senza più radici, costretta a vagare di notte vestita da uomo. Sempre benevolente, anche se…
Ciò che colpisce, in “La donna che partì”, è la programmatica resistenza del regista a concedere spiegazioni allo spettatore, il suo estremismo estetico finisce con il creare un muro che vanifica il rigore della messa in scena, anche la “pietas” sincera che traspare dai volti e dalle situazioni. L’attrice protagonista, Charo Santos-Concio, ha un volto che non si dimentica, ma il film è di quelli destinati ad essere visto solo nei festival, neanche per intero come s’è detto.

Michele Anselmi

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