LEONE D’ORO ALL’ESTENUANTE FILM FILIPPINO DI 4 ORE. PER L’ITALIA NULLA (GIUSTAMENTE), TOM FORD SECONDO

La Mostra di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Ancora ci meravigliamo che le giurie non votino secondo i “desiderata” dei critici e le loro stelline? In realtà è una cosa sana, sacrosanta; personalmente non mi fiderei di giurati che prima di deliberare danno uno sguardo alle recensioni per annusare l’aria che tira. Sbaglino per conto loro, ammesso che abbia senso fare le pulci a un palmarès.

A Venezia edizione 73 è andata così, come forse già saprete.

1) Leone d’oro al filippino “Ang babaeng humayo” (“La donna che partì”) di Lav Diaz, il regista che fa film da 5, 8 e 12 ore, ma qui per fortuna s’è fermato a quasi 4, comunque arduo da mandar giù. Difficile che qualcuno l’acquisti per l’Italia, anche perché, nonostante lo spunto venga da una novella di Tolstoij, Diaz distilla il suo famoso stile nel raccontare la storia di una donna che esce dal carcere, siamo nel 1997, dopo esservi rimasta ingiustamente per trent’anni e si mette alla ricerca del figlio, forse pure di una vendetta. Bianco e nero, sequenze per quadri fissi senza primi piani, ritmi estenuanti, da “canto poetico” o se volete da “emozione visiva”, insomma il classico “film da festival” che anche in patria nessuno va a vedere e però non si può non premiare. O forse sì, ma guai a dirlo.

2) Gran Premio speciale della giuria all’americano “Nocturnal Animals” di Tom Ford, regista, stilista e tante altre cose ancora. Simpaticamente, salendo sul palco, ha parlato in italiano, confessando che il nostro Paese per lui è «una seconda casa». Non solo per questioni di moda e affari. Sette anni fa anche il suo esordio alla regia, con “A Single Man”, vinse un premio al Lido. Ma questo, una sorta di thriller dei sentimenti con un romanzo nel romanzo, è meglio dell’altro.

3) Leone d’argento per la migliore regia diviso ex-aequo (ma non erano vietati?) tra il messicano “La región salvaje” di Amat Escalante e il russo “Paradise” di Andrej Končalovskij. Vederli premiati insieme fa un certo effetto, anche perché il primo è un film a un passo dal ridicolo, specie quando appare la “creatura” poli-fallica sfottuta da Stefano Disegni sul daily “Ciak in Mostra”, mentre il secondo, tra i più intensi e originali della selezione, ha la statura di un Leone d’oro

4) Coppe Volpi per la migliore interpretazione maschile e femminile: l’argentino Oscar Martínez per “El ciudadano ilustre”, la commedia più arguta e profonda vista in concorso, già pronta per possibili remake nazionali; l’americana Emma Stone per il musical “La La Land”, il più apprezzato dai critici, ma, a quanto pare, non dai giurati. Bravi entrambi e quindi niente da dire.

5) Migliore sceneggiatura all’americano Noah Oppenheim di “Jackie”, il film che molti avrebbero voluto Leone d’oro, a causa del culto cinefilo che ormai circonda il cileno Pablo Larraín, invece è rimasto nella parte bassa del palmarès.

6) Gran premio speciale della giuria all’americano “The Bad Batch” di Ana Lily Amirpour, una specie di “Mad Max” più povero, sgangherato e psichedelico, entrato non si capisce bene perché in concorso: infatti anche la regista non riusciva a credere d’essere tra i premiati.

7) Premio Mastroianni al miglior attore o attrice emergente alla tedesca Paula Beer di “Frantz” di François Ozon, dotata di una grazia e di un volto che non si dimenticano, e forse avrebbe meritato anche di più.

In buona misura un verdetto non previsto dai toto-Leoni della vigilia. Anche se, con l’avvento dei social media, il gioco della previsione s’è trasformato, tra ieri e oggi, in un gioco tout-court, in chiave di cazzeggio goliardico. Perfino il regista e sceneggiatore Francesco Bruni ha scherzato sul tema, scrivendo su Facebook: «Secondo me i giurati dei festival vi leggono: li fate molto innervosire e gli scatta il bastian contrario». Sempre meglio del pronostico pensoso, autocritico o di tendenza, che registra la distanza tra giurie e critici, o tra giurie e pubblico pagante.

Del resto, perché prendersela? Il presidente di giuria Sam Mendes, inglese, quello degli ultimi 007 ma anche di “American Beauty”, è un regista di peso, ben piantato a Hollywood e tuttavia apprezzato anche dai cinefili; quindi non meraviglia che, nel premiare col Leone d’oro il film più distante da quello da lui usualmente praticato, abbia esercitato un certo piglio decisionista sui colleghi: che erano la connazionale Gemma Arterton, gli americani Laurie Anderson e Joshua Oppenheimer, il venezuelano Lorenzo Vigas, la cinese Zao Whei, la tedesca Nina Hoss, l’italiano Giancarlo De Cataldo e la quasi italiana Chiara Mastroianni (però battente bandiera francese).

Semmai, scontata la brutta figura italiana, si può discutere, a film visti, della selezione che il direttore Alberto Barbera ha messo a punto quest’anno. L’ambizione era chiara: rivolgersi ancora più che in passato «a quel pubblico che la Mostra non ha mai tenuto fuori dai propri ambiti e orizzonti, ma che può e deve ancora crescere, se si vuole che la trincea progressivamente scavata tra cinema d’autore e cinema popolare – una dicotomia che speravamo di esserci lasciata alle spalle da molto tempo, e invece rilanciata in anni recenti da un mercato in evidente affanno – possa essere nuovamente colmata».

Traduzione? Puntare su un diverso concetto di “film da festival”, semmai superandolo, in modo da aggiornare, senza sfregiarla, la ragione culturale/sociale e l’intestazione della rassegna, che recita “Mostra internazionale d’arte cinematografica”.

Si spiega così l’inserimento in gara di titoli come l’americano “The Bad Batch”, l’olandese “Brimstone” o l’italiano “Piuma”, cioè una specie di pulp-splatter romantico, un western sadico sul fanatismo religioso e una commedia generazionale sul diventare genitori a 18-20 anni. Tutti abbastanza stroncati, per le ragioni più diverse, ma perlopiù riconducibili al discorso di sempre: sono apparsi, anche il film tricolore per alcuni versi gentile e divertente, inseriti in un contesto sbagliato, come i classici vasi di coccio. Il premio a “The Bad Batch” è andato nella direzione caldeggiata da Barbera, il Leone d’oro al film filippino probabilmente no.

Poi è vero: come teorizzava Gillo Pontecorvo, che fu direttore per un quinquennio negli anni Novanta, fare festival è come andare per funghi. Ci sono le annate ottime, quelle buone e quelle mediocri. L’importante è vendere bene la merce, e bisogna riconoscere alla Mostra di Barbera-Baratta di farlo con una certa eleganza (però la cerimonia di premiazione è troppo lunga e noiosa, non sarebbe male fissare dei tempi ferrei per i ringraziamenti dal palco).

PS. Il premio principale della sezione Orizzonti se l’è aggiudicato l’italiano “Liberami” di Federica Di Giacomo, il bel documentario sugli esorcisti palermitani. Il premio Leone del Futuro per la migliore opera prima, consistente in 100 mila dollari sborsati da Aurelio De Laurentiis, è andato invece al tunisino “The Last of Us” di Ala Seddine Slim, passato alla Settimana della critica.

Michele Anselmi

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