The Bad Batch. Nel film veneziano una riflessione sul rapporto tra realtà e media

Risulta decisamente strano trovare Jim Carrey, Keanu Reeves e Giovanni Ribisi, tre attori tanto cari al cinema degli anni Ottanta e Novanta, in un film come The Bad Batch. O probabilmente no. Perché il secondo lungometraggio di Ana Lily Amirpour, scoperta dal Festival del Film di Roma di Marco Müller, che inserì in selezione il suo primo A Girl Walks Home Alone at Night, si nutre dell’estetica pop di quegli anni, impastandola con fascinazioni perverse ed erotismo muscolare, riuscendo a raggiungere una strana amalgama, senza dubbio sbilanciata e poco coerente ma dotata di un’indubbia forza vitale.

Nelle prime inquadrature, l’occhio umano si perde nelle desolate lande di un deserto che sembra estendersi all’infinito. Un corpo da modella si aggira in questo ambiente devastato dalla luce solare, sopravvissuto ad un’esplosione nucleare, ad una guerra post-atomica o, semplicemente, alla politica americana di Donald Trump. Ma non ci è dato sapere tutto ciò. Il potere decisionale appartiene allo spettatore. La ragazza girovaga e viene salvata da un Jim Carrey nomade nel deserto, finché si imbatte in una zona di scarto popolata da residui umani, ammassi di muscoli che sono paragonabili al corpo filmico di The Bad Batch: pompato allo sfinimento, artificioso e latore di un’anormalità che ne mina le fondamenta. Si tratta di una comunità di cannibali che deturpa il bel corpo della ragazza, cibandosi delle parti di cui viene privata. Fuggita da questo lotto difettoso, Arlen approda a Comfort, altro mondo rovesciato, dominato da atmosfere lisergiche anni Settanta, tra mescalina, musica pop e un Keanu Reeves santone che tiene orazioni da grande sogno ma violenta le sue ancelle.

Secondo Jean Baudrillard, l’evento dell’11 Settembre 2001 ha definitivamente modificato il rapporto tra la realtà e i media, favorendo la dilatazione spettacolare del secondo termine. Il cinema ha riflettuto più di una volta su tale argomento, finendo per creare un intero filone dedicato al binomio immagine reale-immagine spettacolare. La chiusura degli Stati Uniti su stessi ha trovato oggettivazione in film quali Signs, The Village, The Road, e, per ultimo, è possibile anche includere The Bad Batch nel gruppo di opere appena citato. Addirittura nel 1998, Peter Weir, nel profetico The Truman Show, adattava 1984 di Orwell agli Stati Uniti contemporanei. Che il Truman Burbank del film di Weir non faccia la fine di Jim Carrey nomade nel deserto di The Bad Batch? L’utopia si è scontrata con la dura realtà e il sogno di autodeterminazione si è infranto contro le politiche di Trump. Il fil-rouge che collega i film è ben presente e fa da traghetto tra due epoche storiche ben distinte tra loro.

Le sequenze si dilatano a dismisura, il ritmo si fa lento ed il silenzio totale. Ana Lily Amirpour non insegue il baricentro del film, tende volutamente a sfilacciare la narrazione e a percorrere le differenti ed eterogenee traiettorie del racconto e dello sguardo che si aprono nel deserto, ottenendo un presente che è l’unico cannibale della vicenda. Nel bel mezzo di soluzioni estetiche ingenue, di una messa in scena che mostra, ma non disdegna anche di suggerire, di echi da slasher movie, della violenza e dei toni profetici da distopia, trova posto la bonarietà della Amirpour nei confronti dei suoi personaggi, giganti deboli che hanno bisogno di una lieve scintilla di amore, santoni new age in crisi di identità, borderline che hanno perso ogni nozione di confine. In un’America priva ormai di punti di riferimento, in cui il grande sogno è definitivamente tramontato e soggetto a travisamenti vari, non resta altro che un moto deformante e il fascino dei suoi personaggi, bestie perverse prive di prospettiva che si aggirano nelle lande desolate. Speranzosi, però, nell’azione di un uomo a cavallo pronto ad “accendere un fuoco da qualche parte in mezzo a tutto quel buio e a quel freddo”.

Matteo Marescalco

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