Nocturnal Animals. Il Leone d’argento di Venezia 2016 divora i suoi stessi personaggi

Dopo sette anni dal debutto con A Single Man, all’ultima Mostra del Cinema è tornato lo stilista Tom Ford con Nocturnal Animals, tratto dal romanzo Tony & Susan di Austin Wright. Nel 2009, A Single Man fruttò la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile a Colin Firth ed ottenne ampie critiche positive per il modo elegante e sontuoso in cui tratteggiava il tema della solitudine umana, descritta a partire da particolari effetti cromatici che riflettevano le esistenze dei protagonisti. A rimanere in incubazione, tuttavia, era la sensazione latente di estetismo senza alcun fine, la volontà del regista di creare un bello imprescindibile ed irraggiungibile che, ci sembra, abbia trovato ulteriore riscontro in Nocturnal Animals.

La narrazione è complessa e trova il proprio sviluppo a partire da tre vicende legate tra loro: Susan dirige una galleria d’arte ed è sposata con un uomo d’affari, per il quale ha lasciato il promettente scrittore Edward che si fa improvvisamente vivo proprio mentre il matrimonio della donna inizia a scricchiolare, inviandole una bozza del romanzo che ha scritto, appunto, Nocturnal Animals. Da questo momento in poi, il plot segue le tre vicende sopra citate: quella di Susan intenta nella lettura del romanzo, il passato dei due ex sposi e, infine, le brutali azioni narrate da Edward nel suo romanzo.

Se a convincere risultano soprattutto il carattere da animali notturni dei protagonisti, che trova piena corrispondenza nelle lande desertiche degli ambienti scenografici in cui si svolge la vicenda narrata nel romanzo di Edward, ed il contrasto con il mondo patinato della vita di Susan (è un’eleganza distante, fredda e raffinata), risulta deprecabile il trattamento crudele dei personaggi ed il modo in cui lo spettatore risulta imprigionato dalla struttura coercitiva della narrazione. Tom Ford non utilizza mai l’attenzione estetica e lo stile al servizio del racconto e della narrazione, ma fa al contrario, finendo per creare un netto sbilanciamento (quasi uno scollamento) tra eleganza formale e vicenda narrata.

Il regista, inoltre, odia i protagonisti del suo film, ridotti a meri burattini della trasposizione effettuata. Non fornisce mai loro una via di scampo, condannati come sono ad assecondare la volontà perfettiva del  creatore. E, insieme ai personaggi, anche il fruitore diventa vittima della vicenda di tradimenti, solitudine e vendetta raccontata all’interno di una struttura circolare estetizzante in cui è condannato ad un finale che non lascia minimamente spazio ad una scintilla di bene o amore. Trionfano il distacco, la brutalità e la freddezza dell’atteggiamento di Ford verso i suoi personaggi e verso gli spettatori, bestie fameliche assetate di visione e colpevoli, probabilmente, di desiderare gli impulsi meno nobili. Mai visto prima un film che mettesse a tal punto alle corde le creature che lo nutrono anziché alimentarle con un atto di benevolenza. Che gli animali notturni, secondo lo stilista, siano soprattutto gli spettatori, colpevoli semplicemente di voler vivere un racconto?

Matteo Marescalco

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