Allarme al cinema arrivano i Beatles! Eight days a week

Liverpool, 1961: quattro ragazzi poco più che adolescenti, una passione condivisa, un talento smisurato per la musica. Furono questi i presupposti che resero possibile la nascita della band-leggenda passata alla storia come “The Beatles”. Il regista premio Oscar Ron Howard si cimenta in un’impresa non facile: raccontare le avventure live e il dietro le quinte dei mitici “Fab Four”, restituendo la dimensione straordinaria e senza precedenti dei loro concerti, ma al tempo stesso cercando di fotografare i momenti privati e intimi che unirono i giovani musicisti.
E, c’è da dire, il risultato non delude. Nelle sale dal 15 al 21 settembre, Il docu-film di Howard “The Beatles. Eight days a week” è un piccolo gioiello, che descrive passo dopo passo la strada che portò John, Paul, George e Ringo al successo e alla fama mondiali. Dalle prime esibizioni nello storico Cavern club di Liverpool, alla trasferta ad Amburgo, per poi sbarcare in America ed essere definitivamente consacrati dal pubblico statunitense – sino all’ultimo concerto ufficiale al Candelstick Park di San Francisco nel ‘66.
Una carrellata di filmati rari e inediti, cui hanno contribuito gli stessi fan dell’epoca, unita a preziose interviste a personalità del mondo dello spettacolo e non. Tra tutte, spiccano i ricordi delle allora bambine Sigourney Weaver e Whoopi Goldberg, nonché il racconto della Dott.ssa Kitty Oliver, storica afroamericana che si ritrovò per la prima volta a vivere l’emozione di un concerto “in mezzo a gente bianca”, dato che per i Beatles suonare di fronte ad una platea divisa era, a detta dello stesso McCartney, “semplicemente ridicolo e illogico”. E poi i racconti coinvolgenti di Larrry Kane, giornalista americano alla ribalta che seguì la band nel tour americano tra il ’64 e il ’65, assaporando il privilegio di conoscere da vicino le incredibili personalità di ciascuno di loro.
Howard ci fornisce un ritratto a tutto tondo dei quattro artisti, avvalendosi delle ottime riprese dei fratelli Maysles e delle nuove testimonianze di Paul e Ringo, nel tentativo di mettere a fuoco cosa e chi fossero i Beatles nella vita quotidiana – durante ma soprattutto prima di quella “Beatlemania” collettiva che li porterà inesorabilmente ad abbandonare le scene.
La sensazione che si ha nel guardare le scene di “Eight days a week”, sapientemente montate dal produttore esecutivo Paul Crowder, è davvero quella di stare accanto ai quattro “bravi ragazzi” inglesi, mito di una generazione ormai pronta a cambiamenti culturali che, in qualche modo, accompagnarono ed addirittura accelerarono. Si ride di fronte al loro humour irresistibilmente britannico, alle risposte taglienti ma sincere che davano ai giornalisti, e si sbircia in quel sentimento di cameratismo che portò Harrison, figlio unico, a dichiarare di essersi “improvvisamente ritrovato con tre fratelli”. E, infine, si abbraccia con amarezza la fine di un’avventura, la tensione e la frustrazione di chi, gettato prematuramente nella mischia della popolarità, non era forse pronto – né disposto – a viverla del tutto. “Mi piaceva sempre cantare “Help!”, raccontava infatti Lennon, “perché era una canzone vera per me, la pensavo veramente”.
Senza contare le problematiche legate all’allora pessima acustica negli stadi, in cui i Beatles all’apice della carriera erano pressoché costretti ad esibirsi, dati gli spazi esigui offerti da teatri e auditorium. Le urla dei fan erano talmente forti, ricorda Ringo, che “non ci sentivamo suonare. Per capire a che punto della canzone fossimo, guardavo il piede di Paul che batteva il tempo”.
Eccellente e necessario, dunque, il massiccio lavoro di missaggio e rimasterizzazione audio operato da Giles Martin, che ha permesso di abbassare il volume dei rumori del pubblico per godere appieno della musica – “Dizzy Miss Lizzy”, “Twist and shout”, “Roll over Beethoven” e “She loves you” sono solo una minima parte delle canzoni riproposte nel film.
Occhio ai 30 minuti esclusivi della performance allo Shea Stadium di New York del ’65, di fronte a 56.000 persone: un regalo di Howard ai fedelissimi della band, da gustare a fine proiezione.

Ilaria Tabet

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