LA RICOSTRUZIONE DI UNA FAMIGLIA SECONDO DE MATTEO. “LA VITA POSSIBILE”, OLTRE IL TEMA DEL “FEMMINICIDIO”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

A sorpresa, sull’epilogo che ritrae una mongolfiera mentre ascende al cielo (ma bene ancorata a terra da una fune), rimbomba sullo schermo “La vita” di Bruno Canfora nella versione 1968 di Shirley Bassey, metà in inglese e col ritornello in italiano. Ricordate? «La vita / più bello della vita non c’è niente / e forse tanta gente non lo sa / non lo sa / non lo sa». Termina così, con una nota di tenera speranza che gli procurerà, temo, qualche ironia critica, “La vita possibile” di Ivano De Matteo. È il suo quarto lungometraggio, dopo “La bella gente”, “Gli equilibristi” e “I nostri ragazzi”, e c’è del vero in quanto suggerisce il regista romano: «Nei precedenti film partivo da famiglie apparentemente felici che si spezzavano, qui il percorso è inverso, parlo di una ricostruzione».
In effetti, “La vita possibile” parte con una sequenza che spiega già tutto: un marito, ripreso di spalle (è lo stesso De Matteo), insulta, oltraggia e picchia di brutto la moglie Anna, senza sapere di essere visto dall’adolescente Valerio appena tornato da scuola. Nella scena successiva vediamo mamma e figlio salire su un treno, lei butta la vecchia scheda telefonica, lui è risentito e annoiato. Destinazione? Torino, dove una vecchia amica di Anna, attrice sfortunata e single incallita, ma anche donna di sorridente generosità, darà loro ospitalità «per il tempo che servirà».
Avrete capito che “La vita possibile”, un titolo che relativizza ma non minimizza, è la storia di una ribellione necessaria, pure di una crescita ardua da affrontare per un ragazzino, e tuttavia l’unica scelta da compiere di fronte a un uomo violento che mai si redimerà mai. Materia da dibattito sui temi del cosiddetto femminicidio? Non per De Matteo, che s’è molto documentato, compulsando verbali processuali e registrando le confessioni di una vittima, e tuttavia avverte: «Non mi interessava fare un film sulla violenza alle donne, 100 minuti di botte e sangue».
“La vita possibile” parla d’altro, in effetti. Di spaesamento e dignità, del cambiare città e del cambiare vita, dell’arte difficile di superare le strettoie dell’esistenza. Lo fa alla maniera di De Matteo, che anche qui firma il copione con Valentina Ferlan: in una cornice realistica, un po’ livida, a tratti quasi documentaristica, ma con l’irruzione di moduli drammaturgici non sempre ben calibrati, forse per un eccesso di coincidenze a effetto e scene madri.
Però il punto di vista del giovanissimo Valerio ha un senso. Seguendo le sue corse in bicicletta, nell’attesa che qualcuno lo inviti a giocare a pallone, scopriamo una Torino poco vista così al cinema (siamo nel quartiere Borgo Dora). Mentre la dolce Carla fa le sue prove teatrali e la dimessa Anna trova un faticoso lavoro nel ramo pulizie, l’adolescente, sempre a un passo dal tracollo, s’invaghisce di una prostituta slava, Larissa, che lo porta perfino al luna-park, salvo poi, di fronte alla crudezza di quella vita in vendita, cercare rifugio tra le braccia “paterne” di un ex calciatore francese, solitario e gentile, che gestisce un caffè nei pressi di casa.
Non tutto torna, come si diceva, nella cronaca asprigna di questa “ricostruzione familiare”, ma bisogna riconoscere al film la capacità di maneggiare l’argomento con una certa coerenza estetica ed etica, senza nascondere la durezza di una vita in equilibrio tra rimpianto e riscatto, e insieme estraendo una buona prova dagli interpreti. Che sono Margherita Buy (Anna), Valeria Golino (Carla), Andrea Pittorino (Valerio), Caterina Shulha (Larissa) e il franco-svizzero Bruno Todeschini (Mathieu).
Nelle sale da giovedì 22 settembre, targato Teodora, producono Rodeo Drive e Raicinema.

Michele Anselmi

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