MUORE A 94 ANNI GIAN LUIGI RONDI, GRAN VISIR DELLA CRITICA (FU UNA SCIOCCHEZZA L’EPIGRAMMA DI PASOLINI SU DI LUI)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Gian Luigi Rondi, da Tirano (Sondrio), decano della critica, creatore di festival e premi, gran visir del cinema, è morto a 94 anni. Non stava bene da tempo, ma ancora, sia pure zoppicante, gli piaceva uscire, parlare in pubblico e indossare la proverbiale sciarpa bianca.
Sobrio e frugale, andava sempre a letto presto, per alzarsi alle 5 e vergare le sue recensioni per “Il Tempo”, così da dedicare la giornata a tutto il resto: fino a qualche tempo fa al Festival di Roma, di cui era presidente, ma soprattutto ai David di Donatello, creatura prediletta. Inossidabile, sempre di nero vestito, se non fosse stato, appunto, per la svolazzante sciarpa bianca. «Sei così ipocrita, che come l’ipocrisia ti avrà ucciso sarai all’inferno, e ti crederai in paradiso» recita il famoso epigramma che Pasolini gli dedicò in un momento di rabbia, da tutti ripreso ma non per questo meno sciocco. Il poeta non apprezzava per nulla il pio critico, magari esagerando nell’invettiva; e chissà cosa avrebbe scritto negli ultimi tempi, fosse vivo, sapendolo vicino al Pd, dopo essere stato per una vita democristiano (anzi andreottiano) doc.
Rondi il trasversale, l’ecumenico, l’amico di tutti, o quasi. L’uomo era davvero bipartisan: sul suo nome il sindaco Alemanno raggiunse l’accordo con Bettini per “salvare” la Festa di Roma poco amata dal centrodestra. Rondi accettò l’incarico di presidente, sfoderando notevole grinta decisionista. Alla fine mollò, sentendosi giustamente offeso e maltrattato. Certo, il culto funereo dei maestri trapassati lo affascinava, e naturalmente tutti erano «carissimi», anche quando sparavano bordate polemiche contro di lui. Tuttavia, con l’età, sembrava aver messo da parte la felpata e curiale abilità sfoderata per decenni nell’attutire contrasti politici ed estetici, lasciandosi andare a dichiarazioni più nitide, a ripensamenti autocritici, a considerazioni profonde.
«So che potrei giustificarmi, ma né mi giustifico né mi perdono. La verità il critico deve dirla sempre, anche quando qualcuno è intervenuto a impedirglielo» confessa nel libretto “Rondi visto da vicino”, riconoscendo di non esser sempre stato fedele al precetto. Amico e frequentatore dei grandi, da Fellini a De Sica, da Blasetti a Clair, dalla Bergman alla Magnani, custodisce una passione smodata per le onorificenze di Stato: il Cavalierato di Gran Croce, la Legione d’Onore francese, infinite altre. Suo fratello Brunello, nello scrivere “Ginger e Fred”, pensando a lui inventò il personaggio dell’uomo più decorato d’Italia: tanto da richiedere uno smoking allargato per ospitare tutte le patacche.
Nella sua lunghissima carriera di critico ha preso parecchie cantonate, perlopiù più ammesse nel tempo, a partire dalla stroncatura furente nei confronti di “Mani sulla città” di Francesco Rosi, per ragioni squisitamente politiche; ma chi di noi non le ha prese? Ricordo quando si divertì a rievocare come nel 1971 il Patriarca veneziano Albino Luciani, futuro Giovanni Paolo I, lo salvò dalla furia di alti papaveri della Dc che lo volevano cacciare dalla Mostra di Venezia, essendo lui democristiano, per aver ospitato “I Diavoli” di Ken Russell, ritenuto blasfemo e scandaloso.

PS. Avevo molta simpatia nei suoi confronti, anzi gli volevo decisamente bene. Mi diede un premio De Sica come “migliore giovane critico”, tanti anni fa, quando lavoravo a “l’Unità”, mi volle in qualche sua giuria legata ai David di Donatello e sempre era un piacere chiacchierare con lui: per la precisione dei ricordi, per l’arguzia nel commentare gli incerti del mestiere.

Michele Anselmi

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