NON FIDATEVI DEL BRUTTO TRAILER: IL REMAKE DEI “ MAGNIFICI 7” È UN WESTERN (MULTIETNICO) CHE PIÙ CLASSICO NON SI PUÒ

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Prima cosa: non fidarsi del trailer. Adrenalinico e un po’ insensato, porta “I magnifici 7” da tutt’altra parte, magari nel tentativo di abbindolare i giovani, applicando alle scene di sparatorie perfino la mitica ballata “The House of Rising Sun” che nulla c’entra con la storia e mai echeggia, giustamente, nel film.
Poi, certo, nel rifare 55 anni dopo il bel western di John Sturges, a sua volta ispirato a “I sette samurai” di Kurosawa, il regista Antoine Fuqua deve essersi posto qualche problema: come aggiornare o ricreare la vicenda un po’ usurata, come ripensare i sette “eroi” ingaggiati per difendere un villaggio oltraggiato, come rispettare i codici del western classico (non alla Tarantino e “all’italiana”, tanto per intenderci) applicandoli ai nuovi gusti correnti.
Il risultato è notevole, comunque divertente. Non si rimpiange l’originale fitto di future star: alla fine, dopo che magari l’aspetti per tutto il film, risuona sui titoli di coda perfino l’accattivante tema composto da Elmer Bernstein, e la nuova versione, secondo alcuni troppo “politicamente corretta”, non stride affatto con la mozione degli effetti.
i-magnifici-sette-ieriAl posto del bianco e pelato Yul Brynner, come sapete, c’è il nero e basettoso Denzel Washington, come l’altro vestito in total black, nei panni di Sam Chisolm, un “esecutore giudiziario” per conto dello Stato con qualche conto da regolare risalente alla fine della Guerra civile. Siamo nel 1879, in una cittadina del West chiamata Rose Creek: dove un feroce magnate che vive a Sacramento, tale Bartholomew Bogue, usa i suoi scherani per vessare i cittadini e costringerli a vendere i loro terreni a prezzi irrisori, in modo da far fruttare la vicina miniera. Non più i pacifici peones di un villaggio ai confini del Messico terrorizzato da una banda di fuorilegge al soldo del bieco Calvera; bensì, appunto, dei cittadini americani, altrettanto pacifici, e già immersi in una sorta di proto-capitalismo.
Ghigna infatti il riccone, prima di far bruciare la chiesa di Rose Creek: «Da tempo in questo Paese la democrazia equivale al capitalismo, e il capitalismo equivale a Dio». Avrete capito che il nuovo contesto storico serve solo per rendere meno distante, remoto, il discorso sull’avidità umana e l’altruismo inatteso. E qui si innesta l’altra novità rispetto all’originale: i sette avventurieri, sulle prime sensibili al richiamo dell’oro loro promesso e poi conquistati dalla giusta causa, sono una sorta di compagine arcobaleno, per razze e provenienze. Diciamo una variopinta banda multietnica che solo il destino riunisce.
Come spesso capita nei film americani, da “La sporca dozzina” a “The Blues Brothers”, è la ricerca dei singoli personaggi la parte più gustosa; e “I magnifici 7” versione 2016 non delude. Convinto da una giovane e valorosa vedova a tentare l’impossibile, il nero Chisolm riunisce l’uno dopo l’altro i suoi compagni: un gambler dalle pistole micidiali, un raffinato tiratore scelto di New Orleans che gli fu nemico in guerra, un giapponese abile con spade e coltelli, un bandito messicano spaccone, un barbuto ex cacciatore di indiani convertitosi alla Bibbia, un pellerossa cacciato dalla sua tribù. Il resto lo potete immaginare.
«Cerco giustizia, ma accetto la vendetta» confessa la bella vedova, a sua volta abile nel maneggiare il Winchester, anche se la versione 2016 non contempla storie d’amore e ritorni al paesello una volta finita la mattanza. Quanti sopravvivono dei sette? Esattamente come nell’originale.
Più “Silverado” di Kasdan che “Django Unchained” di Tarantino, il remake di Antoine Fuqua, passato fuori concorso a Venezia 2016, cerca una certa “classicità” non solo nell’accuratezza degli abiti, degli arredi e delle armi, ma soprattutto nell’uso non esagerato o compiaciuto della violenza. Muoiono in tanti, naturalmente, ma il regista del sanguinario “The Equalizer” in fondo qui sembra contenersi, forse per rispetto verso il maestro John Sturges, forse ricordando con una punta di nostalgia l’effetto che gli fece, da ragazzino, “I magnifici sette”.

Michele Anselmi

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