Demolition – Amare e vivere. La vita dopo il lutto

Demolition – Amare e vivere, il nuovo film di Jean-Marc Vallée sembra la versione americana e più leggera di Caos calmo. Le similitudini sono davvero infinite. La morte improvvisa della giovane moglie smuove nel protagonista Davis Mitchell (Jake Gyllenhaal) una serie di reazioni che portano l’operatore finanziario in carriera ad allontanarsi dalle responsabilità del lavoro e a trovare in alcune nuove frequentazioni e abitudini una valvola di sfogo che gli faccia in qualche modo elaborare il lutto e abbandonare uno stile di vita che forse non gli è mai appartenuto.

Tutto questo processo ha inizio con una buffa e inusualmente prolissa lettera di lamentela che scrive al servizio clienti di una macchinetta malfunzionante, con cui Davis ha avuto a che a fare in ospedale durante l’episodio tragico che ha visto la moglie vittima. A rispondergli è Naomi Watts, l’assistente-madre single con figlio gay e ribelle a carico, che incredibilmente non si innamorerà di lui, ma piuttosto diventerà, insieme al pargolo, figura amicale e di supporto morale. Per gran parte del film, Jake Gyllenhaal, con un’interpretazione istrionica, ma anche sottile, mette in scena la difficoltà di affrontare la morte del coniuge quando apparentemente l’amore è svanito – esattamente come accadeva in Caos calmo.

Il trasporto del lavoro del cineasta canadese Vallée in territori americani sottolinea ancora di più il suo spiccato vezzo dello smontare e quasi sminuire la narrazione di stampo classico in una serie di momenti, quasi definibili come gag – che sembrano scritte ad hoc per Jake Gyllenhaal – e di applicarvi uno stile registico più musicale che narrativo. L’originalità, se così si può chiamare, di Demolition sta principalmente in questo e nel tentativo di alleggerire la materia tragica del soggetto a dei livelli che si alternano fra il giocoso e il moderatamente melodrammatico.

La sceneggiatura di Bryan Sipe potrebbe risultare poco uniforme, in particolare nel mandare avanti, nel secondo atto, una sottotrama troppo superficiale sul tema LGBT, caro a Vallée, ma viene supportata piuttosto bene dalla sua regia leggiadra e dagli interpreti. I più in gamba sono sicuramente il giovane Judah Lewis, Chris Cooper e Gyllenhaal, che ancora una volta lavora su corpo, abiti e gesti, persino ballando. Abbandonato il pesante e artefatto lirismo di Wild (insuccesso di cui si è resa sponsor una Reese Witherspoon fuori gioco agli Oscar), Vallée riprende a flirtare con la commedia drammatica. Ci risparmia la classica relazione sentimentale di ripresa post-luttuosa che qualunque regista mediocre avrebbe scelto, lasciando così interagire naturalmente i membri del cast, in una giostra di rapporti empatici e genuinamente umani, come accadeva in Dallas Buyers Club e C.R.A.Z.Y. Dal 15 settembre in sala.

Furio Spinosi

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