TUTTI AL “CAFÉ SOCIETY” DI WOODY ALLEN, GLI ANNI TRENTA PER RACCONTARE UN AMORE GIOVANILE SFIORITO E SFIORATO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

C’è una battuta chiave in “Café Society”, il nuovo film di Woody Allen nelle sale dal 29 settembre per Warner Bros. La scandisce la mamma ebrea del giovane protagonista: «Vivi la tua vita come se ogni giorno fosse l’ultimo, e un giorno ci azzeccherai». Fa sorridere, certo, e insieme spiega parecchio dello spirito con il quale l’ottantenne cineasta newyorkese, sempre prolifico e capace di girare ancora un film all’anno, congegna le sue storie, sostanzialmente sempre mettendo in scena se stesso in forme, ambientazioni e stagioni diverse. Di solito alternando una commedia in abiti contemporanei, tale era il penultimo “Irrational Man”, a un’altra che gioca un po’ con la macchina del tempo, come appunto questo “Café Society”. Collocato agli inizi degli anni Trenta dopo la fine del proibizionismo, dentro “la macchina dei sogni” per eccellenza: la rutilante, smaltata e sfavillante Hollywood degli Studios.
Ma si direbbe che la cosiddetta Mecca del cinema sia solo uno spunto per parlare d’altro: della natura umana, delle strettoie dell’esistenza, delle giravolte del destino amoroso, anche della morte, naturalmente alla maniera di Allen, quindi scherzando su cristianesimo ed ebraismo, pure su un certo bisogno di Aldilà diffuso tra gli israeliti. Il tono è scherzoso, perfino buffo sulle prime, quasi da pochade, e dispiace non poter ascoltare la vera voce narrante del regista, che fa da contrappunto e commento agli eventi.
Tutto gira attorno a un giovanotto, Bobby Dorfman, chiaro alter-ego di Woody Allen a osservarne gesti, imbarazzi e sospensioni, che dalla natia New York sbarca a Los Angeles per chiedere un lavoro allo zio Phil, un potente e ricco agente delle star. Sentiamo parlare di Billy Wilder, Howard Hawks, Ginger Rogers, Fred Astaire, Spencer Tracy, Irene Dunn, passano sullo schermo sequenze di “La signora in rosso” con Barbara Stanwyck, ma non si può dire che Bobby resti mesmerizzato dall’ambiente scintillante. Alle star del cinema preferisce la bella e anticonformista Veronica, detta Vonnie, segretaria dello zio e pure sua amante segreta. Solo che il giovane, nel frattempo entrato nel giro hollywoodiano, non lo sa. Sarà l’inizio di un complicato girotondo amoroso tra Los Angeles e New York, in un inseguirsi di addii, matrimoni, lutti, gravidanze e ritorni di fiamma nell’approssimarsi dell’ultimo dell’anno.
«La vita è una commedia scritta da un sadico che fa il commediografo» filosofeggia Bobby, e di sicuro ne accadono di cose in “Café Society”, il cui titolo si riferisce a un certo mondo frivolo, artistoide e facoltoso dedito a riunirsi in locali alla moda, un po’ sul modello francese. Il film è corale, passa da un personaggio all’altro in una chiave quasi romanzesca, e naturalmente diverte l’ironia ebraica che Allen distilla nel disegnare la famiglia newyorkese di Bobby: il cinico padre gioielliere, la madre brontolona e caustica, la sorella andata in sposa a un pavido intellettuale con gli occhialetti, il fratello gangster specializzato in grassazioni e omicidi. In mezzo, appunto, il giovanotto, un finto “schlemiel”, che da apparente imbranato troverà la sua strada in società gestendo con mano sicura il club “Les Tropiques”, nel frattempo diventato il più esclusivo ritrovo della Grande Mela, sebbene nato con soldi “sporchi”.
Costumi eleganti di Suzy Benzinger, fotografia arancione di Vittorio Storraro, scenografie sontuose di Santo Loquasto: tutto, in “Café Society”, evoca una certa opulenza upper class squisitamente anni Trenta, e certo Woody Allen gode a immergere i suoi “antieroi”, incarnati da attori del calibro di Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Steve Carell, Blake Lively, dentro una strampalata commedia umana che frulla le apparenze e trascolora via via in un malinconico rendiconto della passione sfiorita e sfiorata. Poi, certo, siamo lontani dalle vette morali di “Crimini e misfatti” e “Match Point”, e anche dalle fantasiose invenzioni temporali di “Midnight in Paris”; e tuttavia anche in questi ultimi film forse minori, ma sempre godibili, alla fine echeggia una tenue e profonda consapevolezza senile. Siamo artefici fino a un certo punto della nostra esistenza, l’importante è non farci troppo caso, o magari lasciarsi andare alle regole imperscrutabili del caso, finché si può.

Michele Anselmi

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