STORIE DA BANCO DEI PEGNI. AL CINEMA “LE ULTIME COSE”. IRENE DIONISIO RACCONTA UN’ITALIA A PEZZI, SENZA RISCATTO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Titolo perfetto, “Le ultime cose”, per raccontare una storia dei nostri tempi grami che vive e muore attorno a un banco dei pegni in un’indistinta città del nord. Potrebbe essere Torino, viene da lì la trentenne regista esordiente Irene Dionisio, e tuttavia poca importa. Unico titolo italiano selezionato dalla Settimana della critica per Venezia 2016, “Le ultime cose” non si vede a cuor leggero, è un film pervaso di asprezza e rassegnazione, non fa sconti e non prospetta speranze, forse anche per questo a molti non è piaciuto. Consiglio invece di andare a vederlo, magari anche con una certa urgenza se il tema interessa, e comunque bene ha fatto Istituto Luce-Cinecittà a distribuirlo.
Avrete capito che le ultime cose in questione sono quelle, materiali e insieme ricolme di affetti, che «una sfilata di morituri in procinto di impegnare il proprio corpo, o anche “solo” la propria anima» (definizione della collega Paola Casella), porta di buona mattina al banco dei pegni: gioielli, anelli, collane, pellicce, mobili, un anziano vorrebbe anche farsi estirpare un dente d’oro. Sotto quella luce giallina, tra ambienti tristi, asettici, da purgatorio, e anche un po’ da obitorio, si sviluppano e intrecciano le tre vicende principali.
Un giovane perito, Stefano, è stato appena assunto per valutare il prezzo di quegli oggetti, sotto lo sguardo vigile del suo capo Sergio, un burocrate pallido e untuoso, dedito a sottostimare la merce, che ha costruito una discreta fortuna gestendo, per conto del banco, il traffico delle aste attraverso le quali vengono rivenduti a una piccola folla di benestanti gli oggetti più di pregio.
Un pensionato meridionale, Michele, non sa più come tirare avanti: il nipotino ha bisogno di un apparecchio acustico, la vecchia Fiat Ritmo è da rottamare, la moglie fa i salti mortali per mettere insieme il pranzo con la cena. Dignitoso ma disperato, il sessantenne finisce nel giro peggiore, presto scoprendo nell’amico Angelo è uno dei tanti loschi figuri che, come corvi strozzini, si aggirano attorno al banco dei pegni lucrando sulle sventure di quei poveracci.
Infine c’è Sandra, una trans attraente e taciturna che ha conosciuto momenti felici. Ora, rifiutata dai genitori, nei guai con i documenti e costretta ad affittare una stanza in una casa che sembra un bordello, impegna quanto di più prezioso le è rimasto: una pelliccia ricevuta in regalo da un amante. Prima di consegnarla al perito del banco strappa un bottone, quasi a conservarne un pezzo, nella speranza improbabile di riscattarla dopo tre mesi.
Ma quasi nessuno riscatta nulla, almeno nella prospettiva desolata di “Le ultime cose”. Vergogna e umiliazione, rabbia e rassegnazione: sono i sentimenti che il film agita con piglio quasi neorealista, dentro uno stile controllato, a tratti allusivo, che poco concede allo spettatore. Viene da pensare a “La legge del mercato” di Stéphane Brizé, a certe storie proletarie dei fratelli Dardenne o della nuova onda romena, insomma avete capito: luce naturale, scarni interventi musicali per contrasto, una regia che sta addosso a facce e corpi dei personaggi, con movimenti circolari, immergendoli in ambienti dai quali si vorrebbe scappare.
Ne esce il ritratto di un’Italia avviata sul piano inclinato di una nuova e devastante povertà, vittima di usurai più o meno “legali” capaci di trarre commerci redditizi da questa auto-spoliazione di beni che si converte inevitabilmente in perdita di dignità, senso di colpa, gesti dissennati, pratiche rischiose. Sarebbe una forzatura vedere “Le ultime cose” in chiave di polemica politica attuale, ma certo, se trovasse il tempo, il nostro presidente del Consiglio farebbe bene a dare uno sguardo al film di Irene Dioniso: non esiste solo la tragedia di “Fuocoammare”.
Intonati al clima amarissimo tutti gli interpreti, da Alfonso Santagata a Salvatore Cantalupo, da Christina Rosamilia a Fabrizio Falco, anche se è Roberto De Francesco a colpire per come, spogliandosi della sua cordiale napoletanità, dà corpo forforoso e giallino a quel cinquantenne burocrate predatore: calmo, implacabile, insensibile a tutto, quasi dickensiano, dedito solo a trasformare il benessere perduto dei suoi “clienti” in moneta sonante, la crisi in un’occasione unica, finché qualcuno più feroce di lui non lo sostituirà.

Michele Anselmi

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