DEMOCRATICA, UNITARIA E ANTIFASCISTA. LA FESTA DI ROMA PUNTA SULL’IMPEGNO POLITICO, TAPPETO ROSSO TRIONFERÀ?

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Democratica, unitaria e antifascista. Al pari delle gloriose Feste nazionali dell’Unità di un tempo, quelle che terminavano col comizio di Berlinguer di fronte a centomila persone, anche la Festa del cinema di Roma, giunta alla sua undicesima edizione, cerca il rilancio ecumenico e progressista, da grande evento pop. Al suo secondo anno di mandato, il direttore Antonio Monda allinea alcuni dei temi forti, per lui qualificanti sul piano dell’impegno civile, e cioè: la Diversità, il Lavoro, la Politica, l’Olocausto. Accidenti. Qui si fa sul serio. Tappeto Rosso trionferà? Niente “madrine”, serate di apertura e di chiusura, orpelli vari, ci sono certo le star hollywoodiane sul red carpet ma anche le proiezioni per i carcerati di Rebibbia, perché, ripete Monda: «Noi non siamo un festival». Mentre, sul versante dell’identità culturale della rassegna, ecco altre tre parole d’ordine fornite dal timoniere, e tutte fanno rima tra loro: discontinuità, varietà, internazionalità.
14435166_309805692716400_7194183558216447199_oFolla delle grandi occasioni all’Auditorium per il rito degli annunci ufficiato sul palco da Monda, appunto, e dalla presidente della Fondazione Cinema per Roma, nonché direttore del mensile “Ciak”, Piera Detassis. Niente politici e assessori chiamati a dare la linea, come succedeva sia con Alemanno sia con Marino; pare che la politica abbia fatto un passo indietro, un pensiero va al neo-assessore Luca Bergamo, ma è anche vero che la sindaca pentastellata Raggi ha altro a cui pensare di questi tempi (per fortuna ha finalmente tirato fuori dal cilindro l’uomo per il Bilancio).
«Festa mobile», «Festa migrante», «Festa per le varie tribù della capitale», «Festa del red carpet ma anche del tempo che stiamo vivendo»: sono alcune delle definizione echeggiate. Ma poi alla fine, come sempre, siano Festival, Mostre o Feste, tutto dipenderà dal mix di film, omaggi, incontri e celebrità, e anche dalla risposta del pubblico romano.
Ballando ballando, non per niente il manifesto in bianco e nero mostra Gene Kelly e Cyd Charisse in un armonioso passo di danza colto sul set di “Cantando sotto la pioggia”, la Festa del cinema ha superato scogli e forzature, ambizioni smisurate e compromessi irragionevoli. Prima Festa, poi Festival, più tardi “Festaval” (copyright di Marco Müller), infine di nuovo Festa. Con un budget più che nutriente, 3 milioni e 400 mila euro assicura il direttore generale Francesca Via, e la necessità di sfruttare al meglio l’Auditorium, eccezion fatta per la Sala Santa Cecilia, spalmando al contempo le iniziative su tutta la città, inclusa Trinità dei Monti perché fa sempre tanto “Vacanze romane”.
Di sicuro Monda e i suoi collaboratori, una volta archiviato il concorso, hanno messo a punto un menù “monstre”, sulla carta capace di soddisfare tutti i gusti, mescolando volentieri i generi, secondo una formula da articolare nel corso degli undici giorni di durata (uno più rispetto allo scorso anno). Molto è già stato reso noto, a partire dal film d’apertura: il molto atteso “Moonlight” di Barry Jenkins, in bilico tra dramma razziale e questione omosessuale. Tra gli altri titoli di un certo richiamo, anche per via dei temi scottanti, ci sono “Denial” di Mick Jackson, “Snowden” di Oliver Stone, “The Secret Scripture” di Jim Sheridan, “The Birth of a Nation” di Nate Parker. Tre i film italiani nella selezione ufficiale, anzi 14469498_309805456049757_3444868510836858996_nquattro: “7 minuti” di Michele Placido, “Sole cuore amore” di Daniele Vicari, “Maria per Roma” dell’esordiente Karen Di Porto, più l’atipico documentario “Napoli ‘44” di Francesco Patierno, tratto dal libro autobiografico di Norman Lewis.
E poi, naturalmente, una pioggia di personaggi illustri, tutti coinvolti in incontri col pubblico, oltre la passeggiata d’obbligo sul tappeto rosso: Tom Hanks e Meryl Steep, David Mamet e Don DeLillo, Paolo Conte e Jovanotti, Gilbert & George e Daniel Libeskind, Viggo Mortensen e Andrzej Wajda, Renzo Arbore e Roberto Benigni. Più gli omaggi vari: da Zurlini a Cimino, da Comencini a Risi, da Monicelli a Maselli; e pure, in vista delle elezioni americane, una rassegna di film sul tema, naturalmente dal titolo inglese “American Politics” (il direttore abita a New York).
«Quello che avviene sullo schermo non è altro che un’illusione, che tuttavia può scatenare un’energia rivoluzionaria su chi ne fruisce» scrive Monda sul catalogo. Non è proprio una frase da scolpire nel marmo, ma bisogna riconoscere all’uomo modi gentili e idee chiare, nonché un’apprezzabile premura nel ricordare la recente scomparsa non solo del “patron” Gian Luigi Rondi ma anche del giovane critico Luca Svizzeretto.

Michele Anselmi

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