ROBERTO FAENZA INDAGA SUL CASO DI EMANUELA ORLANDI “LA VERITÀ STA IN CIELO”, MA IL VATICANO È SU QUESTA TERRA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

La frase chiave del film è scandita da un anziano vescovo che sembra portare sulle proprie spalle il peso della croce: «Nel Paese delle menzogne per arrivare alla verità bisogna incontrare tanti bugiardi». Già. Da qualche tempo Roberto Faenza, torinese, classe 1943, ama riaprire casi insoluti. Nel 2011 girò per Canale 5 “Il delitto di via Poma” sulla morte di Simonetta Cesaroni, adesso porta al cinema, con “La verità sta in cielo”, l’intrico orribile di versioni, depistaggi, omissis e archiviazioni che si cela dietro la mai chiarita vicenda di Emanuela Orlandi.

Quindicenne figlia di un messo pontificio, la ragazza scomparve il 22 giugno del 1983, rapita nel centro di Roma dopo una lezione di flauto, il suo corpo mai ritrovato. Perché sequestrarla? E perché non si è mai arrivati alla verità? «La verità è raramente pura e non è mai semplice» dice una frase di Oscar messa in esergo sui titoli di testa, a sintetizzare il senso del film, nelle sale da giovedì 6 ottobre in circa 250 la-verita-2copie. Faenza ha già spiegato, proprio su Cinemonitor, le difficoltà incontrate nel mettere a punto il progetto. Scrivendo tra l’altro: «C’è voluta la perizia di ben 9 avvocati per vagliare ogni singola scena e ogni battuta detta nel corso di 90 minuti: tale è la durata. Ciò perché, a differenza dei film dove si premette che è puramente casuale ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti, qui fatti e persone sono citati con date, nomi e cognomi, anche a rischio di querele e chissà quant’altro».

Di sicuro l’argomento scelto dal regista di “Sostiene Pereira” è di quelli che il cinema italiano pratica poco volentieri: perché ritenuti anti-commerciali, forieri di beghe legali, anche perché i cosiddetti misteri italiani si preferisce affrontarli in chiave spettacolare, vagamente epica, da “romanzo criminale”. Faenza, sulla scia del cinema civile di Francesco Rosi, a sua volta ripreso da registi come Marco Tullio Giordana, Renzo Martinelli, Michele Placido e lo scomparso Giuseppe Ferrara, invece punta al sodo nell’esaminare «le scabrose ramificazioni» che sarebbero (sono?) alla base della triste sparizione di quell’adolescente incolpevole.

La tesi di fondo è questa: Emanuela Orlandi fu fatta rapire da Enrico De Pedis, detto “Renatino”, esponente di spicco della cosiddetta Banda della Magliana e di sicuro il più lesto di quei banditi nel muoversi tra gli ambienti della politica e della religione, per fare pressione sul Vaticano e rientrare in possesso di una cospicua cifra, circa 200 mila dollari, “prestata” allo Ior per favorire, forse, la rivoluzione polacca innescata da papa Wojtyla. Vero? Falso? Faenza non ha dubbi, infatti organizza il suo «materiale incandescente» secondo le modalità di un’inchiesta giornalistica che parte dall’oggi, cioè dalle rivelazioni su “Mafia Capitale” e Massimo Carminati, per risalire «a dove tutto è cominciato». Cioè proprio al caso di Emanuela Orlandi.

la-verita-4Il faccendiere Flavio Carboni, il banchiere Roberto Calvi, i cardinali Ugo Poletti e Paul Marcinkus: sono solo alcuni dei potenti artefici di questa infinita storiaccia che prendono corpo in “La verità sta in cielo” (il titolo viene in parte da una frase detta da papa Francesco ai signori Orlandi). Mentre, a guidare la curiosità dello spettatore, intervengono i quattro personaggi principali: una giornalista inglese di origine italiana spedita in Italia per indagare sui punti oscuri di “Mafia Capitale”, una cronista italiana di “Chi l’ha visto?”, il giovane boss De Pedis poi finito ammazzato nel 1990 dai suoi stessi sodali/rivali in via del Pellegrino e sepolto addirittura nella Basilica di Santa Apollinare col beneplacito di un alto prelato, la sua amante cocainomane Sabrina Minardi decisa finalmente a vuotare il sacco, ormai sfatta e forse mitomane, tanti anni dopo.

Sono Maya Sansa, Valentina Lodovini, Riccardo Scamarcio e Greta Scarano a incarnare, rispettivamente, il quartetto cruciale attorno al quale il film prende corpo, in un susseguirsi di colpi di scena, trame indicibili e depistaggi accurati, per approdare a un’amara verità. Se Emanuela Orlandi probabilmente finì in una betoniera per farne scomparire il cadavere, il Vaticano custodisce tutt’ora un’attendibile documentazione sulla vicenda mai consegnata alla Procura della Repubblica.

Il film sfodera un’intelaiatura complessa, specie nell’andirivieni temporale, e certo non risparmia accuse precise, senza fare sconti e con tanto di indirizzi. È il suo pregio e insieme il suo difetto, perché, nella comprensibile ansia di non porgere il fianco a contestazioni, a tratti risulta schematico, con rintocchi da docu-drama, molto concentrato sui fatti processuali e meno sulla dimensione umana dei personaggi (pure tirato via in alcuni ritocchi di doppiaggio non proprio in sincrono). Ma conforta che sia stato fatto.

Michele Anselmi

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