“FRANTZ”, FRANÇOIS OZON FA I CONTI CON LA GRANDE GUERRA, MA IL DOPPIAGGIO ANNULLA DEL TUTTO IL GIOCO DELLE LINGUE

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Alla Mostra di Venezia, meno di un mese fa, la legittima curiosità attorno a “The Young Pope” di Paolo Sorrentino finì con l’oscurare uno dei due titoli in gara quel giorno, ovvero il franco-tedesco “Frantz”. Il quale, ora nelle sale distribuito da Academy Two, conferma invece la vena di François Ozon, cineasta eclettico e colto, capace di rinnovarsi ogni volta.
Qui un poco noto film di Ernest Lubitsch del 1931, “L’uomo che ho ucciso”, a sua volta ispirato al romanzo omonimo di Maurice Rostand, offre lo spunto per un melodramma post-bellico girato in bianco nero, con qualche mirato inserto a colori, un po’ alla maniera di “Heimat 2”.
Come in “The Light Between Oceans”, altro film passato a Venezia, si parte dal 1919, subito dopo la fine della Grande Guerra. In una cittadina tedesca la ventenne Anna porta ogni giorno dei fiori sulla tomba (vuota) del suo promesso sposo Frantz, morto in battaglia. E proprio lì la ragazza trova raccolto in lacrime un giovane francese, elegante e timido, di nome Adrien, che confessa di aver frequentato a Parigi il coetaneo tedesco. Perché è venuto, sapendo di provocare la reazione della piccola comunità scossa dai lutti e di sentimenti antifrancesi? E che cosa nasconde dietro le pietose bugie che racconta ai genitori di Frantz, sulle prime diffidenti e poi rincuorati?
Il film, sottile e profondo, anche toccante e ambiguo, è una riflessione sul potere curativo e insieme devastante della menzogna. Resi complici da un sentimento amoroso che sembra nascere, Anna e Adrien mentono per ragioni diverse, crederanno di trovare nel suicidio un antidoto alla sofferenza (c’è di mezzo un famoso dipinto di Manet), infine lei si metterà alla ricerca dell’uomo scomparso da Parigi senza lasciare tracce di sé.
Parlato in tedesco e francese, “Frantz” ha un andamento quieto e insieme doloroso, la ricostruzione d’ambiente è accurata, e soprattutto colpisce, per naturale intensità, la prova dei due giovani interpreti: la tedesca Paula Beer e il francese Pierre Niney. Specie lei sfodera una grazia, gentile e pugnace allo stesso tempo, che la giuria veneziana infatti ha riconosciuto assegnandole il Premio Mastroianni al miglior interprete emergente.
Raccomandabile, se la trovate, la versione originale sottotitolata, parlata naturalmente in tedesco e francese (a Roma la proiettano al Nuovo Olimpia), a marcare l’incontro/scontro anche linguistico tra i due mondi, i due Paesi, i due giovani. Col doppiaggio italiano, per quanto accurato, molto si perde, purtroppo.

Michele Anselmi

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